martedì 19 settembre 2017

Giro d’Italia 2018, pedalare nei Territori Occupati


Il Giro d’Italia che ha archiviato un secolo, il numero 101, partirà da Gerusalemme. L’hanno annunciato con enfasi politici e tecnici italiani e israeliani. Per questioni di sponsor e di tutto l’affarismo che lo sport diventato azienda si trascina dietro, soprattutto dagli anni Novanta la classica “corsa rosa” ha scelto di partire fuori dal suo territorio. Finora era andata prevalentemente in Europa (Belgio, Francia, finanche Grecia) e un po’ più lontano fra Danimarca e Paesi Bassi. Quasi tutte terre dove la bici è sacra e la tradizione ciclistica consolidata. Stavolta il colpo di scena: per l'anno venturo Gerusalemme e dintorni, un’operazione di marketing politico prima che economico. E non un ‘mordi e fuggi’ ma tre giorni tre in Israele, con queste tappe: crono di 10 km nella città della Terrasanta, 167 km da Haifa a Tel Aviv, 226 km da Be’er Sheva a Eilat. Perché? Nella presentazione questa la motivazione del direttore del Giro Mauro Vegni: “Per dare un’immagine diversa di Israele, che è un Paese che ha fame di sport. La sicurezza? Sinceramente non mi sentirei più sicuro in Europa in questo momento. Per quanto riguarda le questioni politiche, sappiamo che ci saranno strumentalizzazioni. Ma non facciamo alcun passo oltre rispetto a quelli fatti dal governo italiano”. Ed ecco la posizione dell’esecutivo che con la mano del ministro allo Sport Luca Lotti scrive: “Il prossimo Giro d’Italia sarà speciale: la partenza avverrà da Gerusalemme, un luogo affascinante, immerso nella Storia e in uno scenario irripetibile, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli (sic)”.
E ancora: “Far partire qui la corsa (Lotti era a Gerusalemme, ndr) rappresenta un ponte ideale tra Italia e Israele, fatto di cultura, tradizioni e ora anche di sport…”. Oltre alla buona volontà offerta dall’ufficialità della circostanza e all’involontaria gaffe sull’armonia fra i popoli, encomio diretto a una nazione che incarna guerre e sopraffazione a danni dei palestinesi, la scelta del nostro governo appare in tutta la sua ingombrante faziosità, volta a sposare gli interessi israeliani di uso dello sport come mera propaganda ed eventuale volano per il turismo. Il tutto per uscire dall’isolamento in cui versa il Paese ottusamente governato dal premier Netanyahu. Prestare il fianco, come fanno gli organizzatori della storica manifestazione col benestare del governo Gentiloni, agli interessi di Israele è assurdo. Perché le presunte strumentalizzazioni, già preannunciate da ‘patròn Vegni’ (ah, Torriani quanto ti rimpiangiamo…) come potrebbero esser definite già queste righe, altro non sono e non saranno che il desiderio di stabilire una realtà storica, insanguinata dall’oppressione e dall’occupazione di terra. Non si domandano i nostri zelanti politici e tecnici che portano lo show del Giro in Palestina, cos’è quel nome, cos'è quella gente non solo in un lontano passato, ma in epoca recente. Qui e ora.
I dieci chilometri di crono nelle strade di Gerusalemme vedranno,  per ragioni di sicurezza, migliaia di soldati di Tsahal. Ma queste uniformi da cinquant’anni occupano illegalmente la città santa (le risoluzioni Onu non rispettate s’inseguono nel tempo), portando violenza e morte fra la popolazione araba che lì vive da millenni e ne viene espulsa. Non si chiedono, Lotti e Vegni, di Be’er Sheva, inclusa dal piano di ripartizione della Palestina nel territorio destinato allo Stato arabo e occupata ‘manu militari’ nell’ottobre 1948 da un battaglione israeliano che ne produsse di fatto l’annessione alla propria creazione politica. Né vogliono sapere di Haifa, abitata negli anni Venti del Novecento da 100.000 palestinesi, diventati già nel 1947 poche migliaia poiché fuggivano dalle operazioni di pulizia etnica delle bande paramilitari dell’Irgun, fino a essere deportati definitivamente l’anno seguente dall’esercito d'Israele, col benestare britannico. Forse è bene che gli amanti dello sport s’avvicinino a queste storie, perché accanto agli ebrei perseguitati dalla Shoa e aiutati, fra gli altri, dal campione del pedale Gino Bartali (bei gesti menzionati da Lotti per creare un legame fra ieri e oggi), c’è la sciagurata presenza d’un sionismo sordo a qualsiasi convivenza pacifica. Nato per sopraffare e opprimere. Ricordarlo non è strumentale, è sete di verità.    

sabato 16 settembre 2017

Referendum Kurdistan: Washington lavora per il rinvio


Alleato sì, ma sempre secondo propri interessi e dettami, perciò Washington in queste ore sta spingendo affinché Massoud Barzani e il suo partito (Pdk) mettano da parte la scadenza del referendum d’indipendenza del Kurdistan fissato per il 25 settembre. ‘Non è tempo di voto’ sostengono alla Casa Bianca e qui la frattura diventa netta, perché nel territorio fremono i preparativi con tanto di striscioni e cartelli elettorali. La posizione statunitense non è un diniego, si vuole posticipare la consultazione in una fase meno turbolenta. Però l’affermazione diventa sibillina, visto il crescendo bellico registrato in questi anni nella regione, dove i peshmerga kurdi hanno giocato un ruolo di primo piano nella difesa dei propri territori e nell’offensiva per la riconquista delle aree occupate quattro anni addietro dai miliziani del Daesh. Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie agli armamenti ricevuti dal Pentagono, ma la leadership di Erbil si sente in credito coi politici d’Oltreoceano, obamiani o trumpiani che siano. Col referendum, pur limitato ai territori del Kurdistan iracheno, entra in ballo il fattore per un secolo evitato dalla politica coloniale mondiale: la creazione di una nazione kurda. O perlomeno di un suo embrione.
La frammentazione della cospicua comunità in quattro Paesi, le divisioni interne fra i vari ceppi etnici, le ulteriori divisioni politiche fra i kurdi anche dentro la stessa comunità, come accade nella regione irachena, non cancellano il fantasma con cui la geopolitica mondiale non vuole misurarsi. Le nazioni forti del Medioriente infiammato, Turchia e Iran, coinvolte direttamente e per interposte fazioni nella crisi e guerra siriana, sono entrambe contrarie a concedere autonomie locali sia entro i propri confini sia fra i vicini. Egualmente le potenze mondiali americana e russa, attente agli sviluppi del possibile ridisegno mediorientale non gradiscono la frantumazione di due Paesi alleati e protetti: Iraq e Siria. E’ una contraddizione perché di fatto queste nazioni si ritrovano  disgregate da terribili guerre, anche fratricide. Il quadro è in divenire, partite e obiettivi differenti s’incrociano su uno scacchiere quanto mai complesso. Washington lavora per conservare il consunto status quo con cui Baghdad riconosce da tempo l’autonomia del territorio del nord, definito Kurdistan. I kurdi, però, accanto al marchio d’indipendenza, vogliono inserire nella regione la provincia di Kirkuk, coi tanti pozzi petroliferi che costituiscono una delle perle del governo centrale iracheno (e delle compagnìe estrattive mondiali che li sfruttano).
Contro quest’ipotesi si schierano anche le minoranze arabe e turkmene presenti in quella fetta di territorio che continua a essere disputato non solo per fini economici e politici, ma di appartenenza etnica. Nei decenni si sono ripetuti contrasti fra clan e comunità con faide e spostamenti di gruppi, occupazioni e demolizioni di case, razzie e vendette. Attualmente il governo di Baghdad non ha l’autorità e la forza militare né del trascorso regime baathista, né della prima fase di transizione. Ma se opponesse un’azione di forza sul tema referendario, magari con l’avallo statunitense, la contrapposizione fra gruppi etnici rilancerebbe un caos violento poco controllabile. E’ l’opzione che teoricamente tutti scongiurano, sebbene in contemporanea ciascuna parte alza la voce senza optare per il dialogo. In più la recente uscita di Trump sulla vicenda: “La questione del referendum kurdo distoglie l’attenzione dall’impegno primario: la lotta all’Isis” anziché compattare le parti, ha gettato benzina sul fuoco visto che mette in discussione un tema caro ai peshmerga, i combattenti sul campo dei miliziani neri. Costoro, dopo gli encomi, cercano l’incasso politico e mercantile.

mercoledì 13 settembre 2017

Egitto, reato di verità per l’avvocato di Regeni


Il buco nero in cui l’avvocato egiziano Ibrahim Metwally è caduto nella notte fra domenica e lunedì scorsi al Cairo è solo l’ultima circostanza con cui lo stato di diritto, quello per il quale si è innanzitutto cittadini prima che difensori dei diritti stessi, viene quotidianamente calpestato in Egitto da oltre quattro anni. Metwally era stato fermato all’aeroporto della capitale egiziana mentre saliva su un aereo per recarsi a Ginevra, lì invitato dalle Nazioni Unite a presentare una documentazione sulle sparizioni di persone che avvengono da anni nel suo Paese. Dopo esser stato prelevato dagli addetti alla sicurezza di lui per ore non s’è saputo nulla, anzi se ne negava il fermo. Forse sarà stato il tam tam lanciato dall’associazione di cui l’avvocato fa parte (Egyptian Commision Right and Freedom), forse un intervento della struttura Onu che l’attendeva, ieri il ministero degli Interni cairota ha annunciato che l’uomo è bloccato con l’accusa di tramare contro la sicurezza nazionale, secondo quanto disposto dall’incrudimento delle norme della precedente legge sul terrorismo. Fosse stato un po’ meno conosciuto e soprattutto non coinvolto in un incontro come quello che l’attendeva in Svizzera, la sparizione di Metwally si sarebbe aggiunta a quella di migliaia d’altri concittadini. Dramma che l’avvocato denunciava già prima d’essere entrato nel gruppo dei difensori di Giulio Regeni.

In anticipo sull’omicidio del ricercatore friulano, il legale aveva affrontato la terribile tematica che affligge il Paese venendone colpito anche  come padre: suo figlio da due anni risulta fra gli scomparsi, ma dal ministero gestito da Al-Ghaffar nulla trapela e niente finora si è scoperto su questo caso. Il giovane potrebbe rientrare fra i sessantamila incarcerati: avversari politici, oppositori o semplicemente non assoggettati ai voleri del regime che opera un’immediata vendetta repressiva verso chiunque non sia bloccato dalla paura e azzardi anche semplici comunicazioni di cronaca sgradite al governo. Di fatto chi all’interno dei confini della nazione manifesta pensieri molesti al partito del presidente è considerato un soggetto non solo indesiderato, ma altamente pericoloso, tanto da poter essere arrestato nel rispetto della legge vigente. Dunque Metwally è in galera “per avere collaborato con organismi stranieri che puntano alla caduta di Al Sisi”, tale è l’effetto del cordone sanitario con cui il generale golpista difende il proprio esercizio oppressivo. Fra i comunicatori, giornalisti, intellettuali di cui da anni non si hanno notizie ci sono persone conosciute e meno. La strada intrapresa da quella che è diventata una dittatura mascherata, sin dalla strage della moschea di Rabaa al-Adawiya, è quella che, ad esempio, ha gettato nel vortice repressivo il fotografo Abu Zeid Shawkan, reo d’aver portato all’esterno l’entità d’un massacro che si voleva tenere celato.

Quanto questa situazione potrà durare è una domanda che i politologi si pongono, e la risposta diventa più imbarazzante del quesito. Il realismo politico che riporta da domani al Cairo l’ambasciatore italiano Cantini, mentre il premier Gentiloni si spende in rassicurazioni, a suo dire, utili per le indagini sul turpe omicidio del nostro studioso, è sintomatico d’un realismo incardinato sul cinismo. I fatti parlano da tempo e, mese dopo mese, ribadiscono la tracotanza di Al Sisi che sa di poter sminuire questa crisi diplomatica come di fatto sta accadendo. I genitori di Regeni e l’ampio fronte di solidarietà nazionale e internazionale creatosi attorno alla vicenda, costituiscono pur sempre una minoranza davanti agli interessi internazionali in atto. C’è l’emergenza migranti dalla Libia, che coinvolge l’Egitto quale partner dell’uomo forte della Cirenaica, quel generale Haftar che ha un feeling speciale con Al Sisi. E sempre sul tema di ‘sicurezza transnazionale, forze armate e pugno di ferro’ ci sono i militari che l’asse Al Sisi-Haftar possono porre sul terreno contro le bande dell’Isis o di qualsivoglia islamismo in armi. Già questo è un fine che giustifica ogni mezzo, seppure ciò che i due regimi, l’ufficiale del Cairo e l’ufficioso di Tobruk, vogliono eliminare ed esorcizzare è quello partecipativo e popolare. Il popolo deve solo temere e obbedire.   

giovedì 7 settembre 2017

India, il fondamentalismo induista silenzia un’altra voce


L’omicidio della cinquantacinquenne giornalista indiana, Gauri Lankesh, avvenuto a Bangalore (la metropoli scientifica per eccellenza della federazione indiana), con tre proiettili sui sette sparati da un commando che l’attendeva nei pressi della sua abitazione, è solo l’ultimo di una catena che da anni insanguina il Paese. Negli ultimi quattro, il medico e intellettuale Dabholkar (2013), lo scrittore Kalburgi, il filosofo Pansare (entrambi nel 2015) sono stati freddati a colpi di pistola da killer poi dileguatisi  alla maniera dei tre assassini della giornalista. Purtroppo le indagini sui crimini si sono via via svilite, sebbene i sospetti rivolti a induisti fanatici che vedono nei sostenitori d’idee progressiste, razionaliste e anticasta dei bersagli da colpire, fossero pesanti. Ma l’aria che l’enorme nazione respira dalla salita al potere dell’ampiamente conservatore Partito Nazionalista Indù (Bharatiya Janata Party) non è delle più democratiche. Anzi, con l’elezione a presidente del leader Narendra Modi, attivissimo sulla scena internazionale sul fronte dell’economia geopolitica coi Brics e oltre, le componenti più retrive dell’estremismo cavalcano l’idea di ‘induizzazione’ della società. Quello che le vittime citate provavano a contrastare.
La Lankesh, giornalista di lungo corso e figlia d’arte, s’inseriva in tale contesto, magari non su un fronte di dispute ideologico-religiose come le altre vittime, ma era in prima linea per le battaglie a favore di umili, minoranze (ultimamente i Rohingya) e dei diritti dei gay. Era conosciuta come la cronista indomita, amante del ruolo vitale della professione: far conoscere questioni senza nasconderne le contraddizioni, senza voltare lo sguardo e farsi intimidire dal potere. Sull’impostazione data a un settimanale (Lankesh Patrike), fondato dal padre e per il quale Gauri continuò a lavorare insieme al fratello Indrajit, nacquero con quest’ultimo dissensi. I due arrivarono a querelarsi, sebbene l’uomo, che s’occupava della gestione economica, non fosse coinvolto nella linea editoriale. Indrajit accusò la sorella di offrire spazio alle posizioni naxalite, una variegata componente maoista  presente in alcune aree del Paese. Lei negava, pur ribadendo tutto il suo progressismo sociale e politico, rivolto contro le posizioni reazionarie di partiti e associazioni della destra indiana. L’anno scorso la cronaca giudiziaria interna l’aveva vista coinvolta in una diatriba con l’accusa di diffamazione per aver accusato tre membri del partito di governo (Bjp) di truffa verso un commerciante. Dopo vari dibattimenti fra giudici di primo grado, Corte Suprema cui la giornalista s’era rivolta, una sentenza definitiva la condannava per non aver fornito prove sulle accuse. Il rifiuto a fornire documenti e soprattutto le generalità degli informatori, che a suo dire provenivano da membri del partito stesso, ribadiva i tratti d’una caparbietà caratteriale e professionale.
Rigorosa nel raccontare, implacabile quando scopriva intrighi che riguardavano il potere Gauri rappresentava l’ennesimo esempio di chi offre valore a questo lavoro, notoriamente un avamposto nel controllo dei potenti, purtroppo in vari casi trasformato da quest’ultimi in servizievole corte. La Lankesh era altro. Apparteneva alla parte pregiata dell’informazione e questo gli è riconosciuto da parecchi colleghi ed editori in India e fuori. La ricordano come un’eccellente giornalista, dicono che nonostante fosse piuttosto nota avrebbe potuto avere un pubblico più vasto scrivendo in inglese, invece aveva scelto l’etimologia della regione (kannada) per restare in rapporto con la gente del territorio. Uno dei suoi punti fermi era l’opposizione al sistema delle caste giudicato ingiusto e prevenuto, perciò era vista come fumo negli occhi da un ampio fronte conservatore, dal partito di governo ai più viscerali fondamentalisti indù. Il ‘Comitato di protezione dei giornalisti’ ha richiesto alle Istituzioni adeguate inchieste sul suo omicidio e ha lanciato un appello per “fermare l’escalation di violenza della destra politica che, servendosi di tematiche odiose, sta rendendo impossibile la convivenza nel Paese”. Da ieri migliaia di cittadini rendono omaggio e onore al feretro della donna, esposto pubblicamente nel cimitero di Bangalore.

martedì 5 settembre 2017

Regeni, verità vera e storie da cancellare


Nelle vuote frasi di circostanza, nelle allitterazioni che non riescono a mascherare scivolosi interessi di real politik, il governo italiano ha ripetuto ieri a Montecitorio ciò che aveva annunciato in sordina alla vigilia di Ferragosto: il nostro ambasciatore torna in Egitto. Nonostante Regeni, aggiungiamo noi. Se il ministro degli Esteri Alfano potesse cancellerebbe quel nome e quel fatto, un peso per l’agognata normalizzazione cui tengono strutture istituzionali come il ministero del Commercio con l’Estero e potenti industrie di Stato, l’Ente Nazionale Idrocarburi, che non è che siano state con le mani in mano nei diciotto mesi di crisi inevitabilmente sorta fra Italia ed Egitto. Il ritiro dell’ambasciatore voluto dal governo Renzi, con Gentiloni allora responsabile della Farnesina, rappresentava un segnale simbolico ma significativo di un Paese che non abbandona i propri cittadini alle intemperie del mondo. Specie quando queste non sono dettate da un cinico destino, ma da disegni eversivi come quello conosciuto dall’Egitto con la salita al potere del generale golpista Al Sisi, nel luglio 2013. L’assenza dell’ambasciatore da simbolo è diventato un passo imbarazzante per il nuovo Esecutivo, pur sempre presieduto da un politico del Partito Democratico, che comunque aveva giurato coerenza e fermezza dello Stato al cospetto dei familiari dello studioso assassinato. Assassinato, com’è risaputo, dopo un sequestro e reiterate torture, perpetuate per giorni, da appartenenti alle forze dell’Ordine facenti capo agli uomini del presidente Al Sisi. Sulla vicenda l’Intelligence statunitense conosce anche i particolari, l’ha scritto il cronista del New York Times, Declan Walsh, e li avrebbe rivelati al nostro precedente governo (Renzi) che però ha negato. Oggi, più precisamente, sappiamo che non la documentazione segreta era giunta a Palazzo Chigi, ma conclusioni di indagini che, seppure non possono soddisfare i due magistrati incaricati (Pignatone e Colaiocco) interessati a uno sviluppo autonomo delle stesse in terra egiziana, certamente potevano coinvolgere i nostri premier e ministro degli Esteri. Invece no. Inspiegabilmente negli immancabili strettissimi rapporti che i vari governi italiani intrattengono con quelli americani, a questa “dritta” non è seguito nulla, se non le infastidite e impacciate reazioni dei vertici politici nostrani. Che hanno avuto uno strascico nel dibattito di ieri a Montecitorio, quando rappresentanti delle opposizioni (Cinque Stelle, Sinistra Italiana) hanno accusato il governo di retorica e ipocrisia di fronte alla fatidica comunicazione del ministro Alfano: “L’Egitto e l’Italia sono partner ineludibili”. E in risposta si sono levate le prefiche accusatorie di “speculazione politica” da parte di zombie parlamentari (Pierferdinando Casini, Fabrizio Cicchitto) che per i trascorsi messi al servizio dei propri mentori d’un passato remoto (la pregiata ditta indagata per “Mani pulite” Forlani & Craxi) e recente (l’ex cavaliere Silvio Berlusconi), tutto potrebbero fare tranne che ramanzine sulla speculazione in politica. Da che pulpiti… Ma questa è la casta, questo il Parlamento e il governo che abbiamo. E di nuovo non c’è nulla di più della vacuità con cui gli Esecutivi che si succedono a palazzo Chigi, e partecipano ai vertici internazionali senza poter e voler smuovere alcunché, mostrano solo assenza di fermezza e dignità, di coerenza e di giusta giustizia, tanto per ripetere le allitterazioni che piacciono ad Alfano. Testimoniano, ahinoi, le vecchie logiche su cui hanno vissuto prime, seconde e terze Repubbliche: servire il capitale, abbandonando a sé qualsiasi morale. Per questo l’attuale Egitto e l’Italia risultano partner ineludibili: i loro governi inseguono unicamente le più oscure ragioni di Stato e gli interessi finanziari, spazzando via e schiacciando tutto il resto.

giovedì 31 agosto 2017

Afghanistan, le leggi anti protesta

Che l’Afghanistan non sia un Paese a democrazia crescente è risaputo, solo la narrativa geopolitica dettata dalla Casa Bianca vuol farlo credere. Tranne poi oscillare attorno alla propria presenza armata sul territorio con un numero variabile di militari: ultimamente generali e Trump pensano di rispedirne in servizio effettivo quattromila. Così negli ultimi quindi mesi una parte della popolazione afghana, stanca di guerra interna e importata dalle missioni internazionali, aveva iniziato a protestare ricevendo in cambio le esplosioni mortali firmate Stato Islamico. Bombe rivolte anche contro i simboli dell’amministrazione Ghani, ma in varie occasioni lanciate sulle manifestazioni della comunità hazara, giudicata empia dai miliziani neri per il suo credo sciita. Di fatto l’obiettivo destabilizzante dell’Isis è, come altrove, quello di ingigantire le paure della gente inducendo sottomissione, e lanciare un messaggio anche ai talebani ‘ortodossi’ contattati dal presidente afghano per possibili accordi di cosiddetta pacificazione. Come ambasciatore per questo piano è stato cooptato il noto signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar che è potuto rientrare nella capitale da cui mancava da molti anni. I suoi fan l’hanno accolto con tutti gli onori, ma per migliaia di famiglie Hekmatyar è il macellaio di Kabul, il fondamentalista che combattendo contro suoi simili (Massoud, Rabbani, Dostum) ha contribuito a seminare lutti fra la popolazione nel quadriennio di guerra civile di metà Novanta. Già difeso dal presidente Karzai, che ha impedito qualsiasi rivisitazione legale dei massacri antecedenti all’invasione statunitense del 2001, questo criminale è stato richiamato dall’attuale leader Ghani in appoggio al suo progetto di dialogo coi talebani che controllano molte delle 34 province.
Il desiderio presidenziale non prende corpo per via della spaccatura presente fra i turbanti, di cui una minoranza si rapporta al Daesh. I restanti capi talib vorrebbero trattare da posizioni di maggior forza, conquistata sul campo con le continue incursioni che rendono insicuro ogni angolo del Paese. Contro simili intrighi nei mesi scorsi s’è sollevato un pezzo di società civile che ha dato vita a manifestazioni definite “Rivolta per cambiare” e “Movimento illuminato”. Proteste spesso organizzate fra gruppi etnici, tajiko il primo, hazara il secondo, due minoranze che si considerano storicamente discriminate dai pashtun. La contestazione hazara era mossa da motivi economici, perché l’area di Bamyan (abitata da una parte della comunità) risultava tagliata fuori dal progetto Tutap (acronimo di Turkmenistan-Uzbekistan-Tajikistan-Afghanistan-Pakistan, le nazioni dove passerà una nuova linea elettrica). Le alte sfere di Kabul, rapportandosi a questo business internazionale finanziato dall’Asian Development Bank, hanno optato per un passaggio della linea da nord attraverso il passo di Salang, da lì le proteste. Ma questo risveglio con cortei e sit-in, per i motivi più vari, comprese le contestazioni dell’accoglienza governativa a Hekmatyar, ora rischiano una reprimenda statale. E’ infatti in corso scrittura e riscrittura di un disegno di legge che ha l’unico scopo d’impedire manifestazioni di dissenso. Le misure vengono abilmente mascherate con l’intento di difendere da possibili attacchi terroristici chi partecipa ai sit-in; in realtà cerca di bloccare con divieti e iper responsabilizzazioni l’organizzazione degli stessi.
Un articolo del progetto di legge esautora la polizia dai compiti di verifica e di controllo che ricadono tutti su chi promuove il raduno, e in caso di disordini, violenze o peggio dovrà risponderne penalmente. S’impedisce ai minori di partecipare alle proteste, come pure agli stranieri e a personaggi noti, s’interdicono luoghi pubblici adiacenti a zone commerciali, sanitarie, d’istruzione oltre che agli edifici di rappresentanza amministrativa e governativa. Per timore di attentati i luoghi concessi potranno situarsi nella periferia estrema delle città o in aperta campagna. Oltre all’isolamento visivo delle manifestazioni dai centri abitati, il governo cerca di rendere difficoltoso ai potenziali partecipanti il raggiungimento dei luoghi d’incontro e se questa dissuasione non dovesse bastare li intimorisce con le conseguenze legali. Perché dall’entrata in vigore della legge si potrà protestare solo se si propongono alternative. Chi non le ha, non avrà diritto di azione e parola. E qualora ne avesse certe richieste potranno venire considerate “irrazionali”, come sostiene un gruppo di senatori vicini all’attuale Esecutivo. Con simili restrizioni, che s’aggiungono alle tante già esistenti cui si può sempre applicare “il divieto dei divieti” giustificato dallo stato d’emergenza, gruppi particolari etnici o religiosi (ad esempio i Sikhs afghani) non potranno più chiedere protezione a difesa del diritto di fede. Per offrire legalità alla stretta repressiva contro ogni libero pensiero e dissenso, l’ennesimo governo fantoccio di Kabul chiede di presentare un “permesso di protesta” - lo definiscono così - che sarà soggetto all’insindacabile valutazione di un organismo preposto (finora si poteva manifestare annunciando luogo e giorno del raduno). Ghani cerca di salvarsi il cammino politico silenziando ogni voce civile e patteggiando coi taliban. Ma quest’agognato accordo non gli garantisce un futuro.


venerdì 25 agosto 2017

Un gesto che non lava la coscienza del potere

Lo stesso fotografo (Angelo Carconi dell’Ansa) che ha immortalato la scena, in assoluto rara ma reale, l’ha commentata così sulle pagine de La Stampa: Non so dire se il gesto del poliziotto fosse improvvisato o studiato. Però dalla distanza da cui ho scattato è sembrato un momento intenso: un poliziotto che ha ordine di sgomberare la piazza e una donna che vuole riappropriarsene condividono un momento di semplice umanità”. Un gesto delicato, certo. Quelle mani che stringono il volto per consolarlo dell’ingiustizia che sta subendo. Un’ingiustizia sedimentata da anni, se si scava nella vicenda di quegli eritrei e somali occupanti “abusivi” di uno stabile per far fronte all’esigenza primaria di avere un tetto, non da migranti clandestini o regolari. Ma da rifugiati, riconosciuti tali dalla Repubblica Italiana e da questa teoricamente tutelati. Teoricamente. Perché secondo quanto denuncia il rappresentante dell’Unhcr per il sud d’Europa “In quattro anni di occupazione (di uno stabile di proprietà della Banca San Paolo di Torino presso la stazione Termini di Roma) è mancata una strategia concreta di intervento sociale e abitativo. E le alternative proposte nel corso del sit-in di protesta in piazza, oltre a essere tardive risultavano inadeguate, poiché non avrebbero garantito una sistemazione a tutte le persone”.  Per inerzia della giunta Marino (giugno 2013 - ottobre 2015), del commissario prefettizio Tronca (novembre 2015 - giugno 2016), della giunta Raggi (giugno 2016 e tuttora in carica) si è arrivati, prima allo sgombero senza alternative per tutti, poi alla repressione della protesta che stazionava in una piazza centrale, seppur non monumentale di Roma. L’abbraccio comprensivo del poliziotto, decisamente migliore della foga con cui un funzionario della polizia di Stato incitava i sottoposti a spaccare le braccia a chi s’opponeva alla violenza tirando sassi, non è la faccia buona del dualismo repressivo.

Anche lo stereotipo cinematografico dell’agente buono che offre la sigaretta al fermato dopo che il collega cattivo gli ha prodotto qualche ecchimosi è trito, e comunque conferma che i due ricoprono ruoli preconfezionati per un fine. Oltre il gesto, che ci piace credere personale e sincero, del celerino, già definito dalla canea politica, buonista, c’è dell’altro. L’ignavo disegno della politica centrale e periferica di non fare nulla o quasi, per risolvere i problemi che s’affacciano e si accumulano. La volontà di applicare una fermezza senza senso, che non disdegna durezza e violenza rivolte ai deboli, accusati, come in questo caso, di trasgressione. Con l’aggiunta di lavare uomini, donne, bambini con gli idranti per levarseli di torno. Eliminarli da un arredo urbano che, pur nell’enfasi di RomaCapitale, resta polveroso e abbandonato. E in questa capitale che anche in centro mostra il medesimo abbandono delle periferie abbandonate a sé, politici e amministratori vogliono cancellare anche l’ombra delle presenze critiche. Di chi è costretto a ricordargli ciò che non fanno, a cui rispondono facendo la guerra dell’acqua o dei lacrimogeni o delle botte. Sono i compiti dei tutori dell’Ordine. E già il proprio sindacato ne difende la pratica della forza che attiene al ruolo e ai regolamenti. E’ sempre stato così. La carezza al posto del manganello resta un gesto, che rende orgoglioso il figlio dell’agente, ma non muta un sistema. Soprattutto non può celare la via intrapresa dall’attuale governo e dal nuovo ministro degli Interni, forte e convinto del suo senso della forza. Con cui schiacciare sul nascere ogni protesta, anche la più legittima che evidenzia l’ingiustizia in atto. Il dissenso, la diversità di condizione e di pensiero semplicemente non devono esistere, bisogna cancellarli dalla capitale o da altre nostre città avvinte e vinte dalla colpevole inerzia di chi dovrebbe guidarle.  Lorsignori spazzano via con l’acqua i problemi che non risolvono, sperando che anneghino.