venerdì 24 marzo 2017

Mubarak, la sfinge che sopravvive alla rivoluzione

Torna libero Hosni Mubarak, il raìs che ha incarnato l’Egitto contemporaneo, traghettandolo dai sogni di grandezza ancora in animo nel Sadat della guerra del Kippur e poi mediatore nell’apertura all’Occidente e a Israele, alla totale subordinazione ai disegni statunitensi e sionisti nel Medio Oriente. Sia riguardo all’irrisolta questione palestinese, che durante il suo regime sviluppò nei territori attigui due Intifade, subendo le periodiche aggressioni preventive dell’esercito di Tel Aviv con un Egitto spesso compiacente alleato contro la resistenza palestinese; sia nella crescente involuzione del fronte progressista, cui lo stesso partito di Mubarak aderiva nella sedicente Internazionale socialista. Insieme ad altri capi di stato arabi, trasformatisi in autocrati e dittatori, Mubarak ha incarnato quella gestione personale e clanista del potere che ha rilanciato proteste e contestazioni popolari, oltreché il riproporsi dell’Islam politico. Era stato arrestato dopo il suo allontanamento ufficiale dalla presidenza, l’11 febbraio 2011, quando assieme al ministro dell’Interno al-Adly venne accusato di strage per le feroci repressioni poliziesche intercorse dal giorno seguente la grande manifestazione popolare di piazza Tahrir (25 gennaio 2011) che fecero 850 vittime. La contestazione crescente rilanciava il desiderio di cambiamento della nazione, già da alcune settimane richiesta anche dal popolo tunisino. Pane, libertà, dignità, gridavano le due piazze arabe, cui presto se ne aggiunsero altre. Quelle di Libia e Siria hanno avuto evoluzioni tragiche e bagni di sangue tuttora in corso.

Dopo le prime settimane di reclusione, alibi d’un tumore in realtà mai riscontrato, condussero Mubarak nelle infermerie del carcere e poi negli ospedali militari. Da quello di Maasri, dov’è rimasto pe due anni, è uscito stamane. Subito dopo l’arresto del 2011, per qualche mese s’era vociferata l’ipotesi d’una possibile condanna a morte, scartata in parte per l’età (era già ultraottantenne) e per volontà della stessa amministrazione della Fratellanza Musulmana, con Qandil premier e Morsi presidente, che non volevano rincrudire spaccature nazionali in corso. Correvano estate e autunno del 2012 e si comprese che il vecchio leone sarebbe al massimo stato condannato a un periodo di reclusione, sebbene la prima sentenza tramutò l’impiccagione in ergastolo ‘per alto tradimento, verso la nazione e il popolo’. La diplomazia internazionale con Obama, che pure guardava amichevolmente alla svolta islamica, cercava di sostenere se non il perdonismo perlomeno una linea morbida. Certamente favorevole all’anziano Capo di Stato restava una buona fetta della magistratura, tutta formata e cresciuta in carriera sotto il suo regime. Passo dopo passo i processi, che vedevano coinvolti per corruzione, accaparramenti, ruberie gli stessi rampolli Ala e Gamal, hanno smussato toni d’accusa e sono finiti nel nulla, grazie all’arrivo ai vertici dello Stato dell’ennesimo militare: il generale Al Sisi. La lobby dell’esercito, cui Mubarak apparteneva, non aveva mai cessato di avere mani e controllo sulla nazione, nella sfera politica ed economica, come a vantaggio di chi veste la divisa e distribuisce diverse tipologie di lavoro nell’indotto e ovviamente ai vertici, cui erano permessi gli arricchimenti interni al clan mubarakiano. Uno di costoro era il generale Shifiq che perse le elezioni contro Mursi. Oggi, a 88 anni, Mubarak allunga lo sguardo e saluta. Dei morti di Tahrir, torture, rendition, arresti, sparizioni e assassini alla Khaled Said nessuno più parla. Anche perché gli scempi sono sostituiti da altrettante mattanze, dalla moschea Rabaa a Regeni. E non è finita, perché al Cairo continuano a regnare le sfingi.

mercoledì 22 marzo 2017

Attentato a Londra, l’arma della normalità

Nella strategia della morte che l’Isis rivolge ai cittadini occidentali, avviata con gli attentati spettacolari di Parigi nel novembre 2015 e proseguita l’anno scorso all’aeroporto di Bruxelles e poi a Promenade des Anglais di Nizza, al mercatino antistante Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino e ancora al “Reina club” di Istanbul, traspare una sorta di evoluzione dell’attacco in due elementi chiave: l’attentatore e l’arma letale. E’ ormai noto il messaggio che il califfo Al Baghdadi, la mente o una delle menti dell’assalto all’Occidente, ha lanciato ai fedeli del Jihad: usare qualsiasi mezzo capace di seminare morte per punire gli infedeli. Così ordigni, camion, coltelli, kalashnikov possono tutti servire allo scopo, come mille altri strumenti.Tant’è che temendo il “plastico” inserito in un pc portatile, le sicurezze americana e britannica iniziano a vietare il trasporto in cabina di questi apparecchi (e sfugge perché li si ammetta in stiva). La via del terrore scelta dall’offensiva jihadista nel cuore dell’Occidente ha, dunque, la forza di utilizzare gli elementi della vita normale per praticare la propria guerra. Inoltre sta diversificando le figure di attentatore.
Alla cellula aggregata e protetta nel quartiere d’immigrazione, com’era il caso del sobborgo di Molenbeek, va sempre più inserendo il “lupo solitario”, spesso un marginale indottrinato in carcere dalla rete dei reclutatori com’era Mohammed Lahouaiej-Bouhel, che nella festa di Francia azzerò ottantadue vite. Oppure Anis Amri, il “camionista” di Berlino fuggito in Italia e freddato mentre s’aggirava davanti la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni. Insomma il miliziano potrà essere un tiratore esperto come Abdulgadir Masharipov, l’uzbeko che nella notte di Capodanno ha rovesciato vari caricatori sugli avventori dell’esclusivo locale sul Bosforo, o adattarsi a colpire con qualsiasi cosa, utilizzando l’unica arma imprevedibile contro cui le Intelligence non possono nulla: l’adesione alla ‘guerra santa’. Taluni commentatori vedono nella tipologia dello strumento d’offesa utilizzato una debolezza dei terroristi, evidenziano le difficoltà nel procurarsi quel materiale (ordigni esplosivi) che aveva caratterizzato le stragi qaediste del 2005 a Londra e Madrid. Merito – sostengono – del lavoro dei Servizi. E così sarà.

Eppure ciò che destabilizza il cittadino medio delle metropoli europee, e l’intero sistema che gli gira attorno e nel quale è inghiottito, è proprio la banale normalità con cui si presenta la nuova frontiera di attentati. Assolutamente imprevedibili perché scaturiti da quel che c’è nella nostra quotidianità. La mente perversa di Al Baghdadi (o chi per lui) avrà pure partorito il topolino, ma è questo che tiene in scacco le Intelligence che pur si vantano di studiare e prevenire ogni azione. Dall’11 settembre francamente non si sa chi abbia fatto più strada… Certo quella che potrebbe disattivare la citata arma letale che è la scelta della ‘guerra santa’ viene meticolosamente aggirata da parlamenti e governi occidentali, che verso il mondo islamico nel suo insieme, alzano muri e controffensive come se si stesse davvero all’epoca di Saladino e Riccardo Cuor di Leone. Così ci si perde fra ipotesi di soluzioni tecniche e militari e competizioni ideologico-confessionali fra civiltà che fanno la gioia dei predicatori salafiti e di chi nell’Islam cerca potere. Con simili presupposti ai reclutatori del Jihad i kamikaze non mancheranno. Quanto all’arma basta guardarsi attorno: il quotidiano è un bazar fornitissimo per la morte.

Droni: il tiro a segno su talib e civili

Fra i compiti della struttura statunitense Joint Special Operations Command, ricordati di recente (http://enricocampofreda.blogspot.it/2017/03/afghanistan-una-guerra-ravvivata-dai.html) - dalla ‘guerra al terrore’ di bushana memoria alla ‘rivoluzione obamiana’ che ha intrecciato iperinterventismo e uscita - si collocano le missioni particolari, effettuate con caccia e droni. La specializzazione ha ricevuto molte contestazioni da parte delle stesse Nazioni Unite per gli scellerati massacri di civili, colpiti nonostante il mantra delle “operazioni chirurgiche mirate”. Un esempio particolarmente insanguinato riguarda i territori di confine fra Afghanistan e Pakistan, le aree tribali denominate Fata, che vedono un’alta presenza di taliban, anche perché costoro  cercano di reclutare giovani nei tanti campi profughi sorti in quelle terre e sempre arricchiti da nuovi flussi di sfollati da zone dove il conflitto è cronico. La Central Intelligence Agency, che suggerisce e supervisiona simili operazioni, definisce ‘ibrida’ un’attività rivolta alla sorveglianza e agli attacchi militari. Entrambi iniziati in sordina, e per lungo tempo né negati né ammessi dalle istituzioni statunitensi militari e politiche. Ma dal 2004 i sorvoli sui cieli delle Fata e i bersagli da colpire sono divenuti crescenti, si rivolgevano ai gruppi dei Tehreek-e Taliban pakistani, che in quella fase non erano affatto interessati alle questioni afghane.
Alcuni studi del Bureau of Investigative Journalism, che si sta occupando del fenomeno combattentistico dei TTP dalla fase dei loro crudelissimi attentati del 2014-16 (scuola di Peshawar, chiese cristiane e parco giochi di Lahore) fino all’uccisione del neo leader Mansour in Baluchistan, sostengono che il crescendo stragistico talebano sia un effetto-ritorsione proprio per i continui massacri operati sulla popolazione civile. Anche gli omicidi mirati destabilizzano non poco il quadro geopolitico e gli stessi rapporti diplomatici: l’eliminazione di Mansour era fortemente osteggiata da Islamabad, che ovviamente pensava alla sua sicurezza interna, messa in ginocchio dagli eventi seguenti. Il governo pakistano vorrebbe una compartecipazione a certe decisioni, chiede che si evitino gli attacchi clamorosi e avverte Washington dell’effetto boomerang che viene innescato dal puntare il mirino sui TTP o sui miliziani di Haqqani. La Cia se ne infischia dei consigli. Lo fece durante le gestioni di Panetta e Petraeus, l’ha continuato a fare con Brennan, che ha supportato e incrementato il ‘piano droni’ ordinato da Obama. Un programma zeppo di contraddizioni, con buchi informativi casuali o voluti ed effetti devastanti sulla popolazione di ciascuna area geografica interessata. Anche quando il piano ha trovato ulteriori applicazioni in Yemen e Somalia i “danni collaterali” sono risultati copiosi e naturalmente odiosi. Ma alla Casa Bianca se ne infischiano, e Trump fa pensare che la musica proseguirà. La superficialità e gli errori commessi in talune operazioni di Intelligence si trasformano in colpi portati su obiettivi sbagliati.

A questi s’aggiungono uccisioni immotivatamente allargate. Ci riferiamo sia ai casi in cui non si va tanto per il sottile e per colpire un bersaglio importante si fanno fuori anche i miliziani o le guardie del corpo che l’accompagnano, sia ad altre  situazioni in cui si spara nel mucchio, eliminando chi ha la sfortuna di trovarsi nel momento sbagliato nel luogo sbagliato e finisce sulla linea del fuoco. Operazioni tutt’altro che chirurgiche diventano automaticamente stragiste. Il passo successivo è quello di nascondere, per quant’è possibile, i danni e sottostimare il numero delle vittime. Il sistema coinvolge buona parte dei media mainstream, seppure in certi casi non tutti, e punta alla disinformazione o all’informazione pilotata che, nel caso dei droni, cavalca la storia della precisione tecnologica del mezzo. Notizia in gran parte vera, peccato non si entri nel merito alla cruda realtà degli eccidi di civili. Questi portano acqua alla causa fondamentalista che, ad esempio, nelle Fata trova linfa fra i giovani diseredati che sentono l’angosciosa condizione di vivere sotto un cielo portatore di morte. Eppure questa sembra la via “antiterrorista” del futuro. Tutte le maggiori potenze si dotano di droni e c’è chi si chiede se si giungerà a loro utilizzo per colpire quelli nemici. Sicuramente si eviterebbero le perdite di piloti, non dei bersagli fissi e mobili. Comunque con un fare assai soft, perché, come ebbe a dire il principino Harry, che da pilota ha servito la Corona in Afghanistan nel biennio 2007-2008: “Sparare ai talebani coi droni è proprio come un videogame“. 

lunedì 20 marzo 2017

Erdoğan, la tattica del terrore

Il Newroz, l’antichissima festa del fuoco dei popoli mesopotanici, legata all’avvio della primavera e coincidente col proprio Capodanno, infiamma i già roventi rapporti fra turchi e kurdi, in una triangolazione estesa alla Germania. In questo fine settimana a Francoforte diecimila attivisti e sostenitori della comunità kurda hanno sfilato per via suscitando le ire del presidente Erdoğan. Proprio lui, in un comizio di sostegno al sì referendario tenutosi a Istanbul, ha nuovamente sviscerato accuse a raffica alla Germania che permette cortei dove s’innalzano simboli terroristici (così definisce le bandiere del Pkk), alla “mascherata” europea che vieta a ministri turchi l’ingresso in alcuni Paesi del vecchio continente e a un’Unione che, di fatto, favorisce gli oppositori del disegno presidenzialista (la Turchia si esprimerà il 16 aprile prossimo) discriminando i sostenitori del sì. Posizioni note, su cui la massima figura istituzionale della nazione turca interviene a perorare una causa che peraltro lo riguarda direttamente per i superpoteri introdotti dalla riforma. Solo un mese fa Erdoğan, per affrontare una tornata elettorale che parrebbe sicura ma non d’esito favorevole scontatissimo,  aveva offerto un segnale di moderazione. La recente alleanza col partito nazionalista (Mhp) gli ha garantito i voti parlamentari per far passare i 18 emendamenti costituzionali, e lo stesso partito di Bahçeli porrà buona parte del suo elettorato a sostegno del sì referendario.
Eppure il leader islamico aveva suggerito, a sé e a qualche testa calda muscolare dell’Akp che a dicembre s’era scazzottata nell’emiciclo coi colleghi repubblicani, di tenere bassi i toni. Però gli eventi gli hanno preso la mano. Si sa quanto l’uomo del destino turco tenga al proprio ruolo internazionale e vederlo sminuito, attaccato o addirittura infangato viene da lui inteso come un affronto insopportabile. Da qui le dichiarazioni al veleno sul mai cancellato nazismo che animerebbe lo spirito tedesco, sulla xenofobia razzista (peraltro vera) di certa politica olandese e di altri membri d’Europa, lesiva del rispetto di culture e culti differenti. Il riferimento alla tradizione ottomana e all’Islam sono impliciti. L’enfasi con cui, poi, ieri ha additato tolleranza e, addirittura sostegno, al terrorismo del Pkk da parte tedesca per la presenza dell’effige di Öcalan sugli stendardi kurdi è chiaramente pretestuosa, ma rientra nel braccio di ferro rilanciato contro l’Ue in questa fase politica. A poco più di tre settimane dal voto Erdoğan pensa solo a incamerare un successo che può avere una doppia valenza. In politica interna rafforza se stesso, il suo clan, la propria interpretazione dell’Akp rispetto a ex sodali messi fuori gioco e gli fa ottenere un autoritarismo legale che neppure Atatürk aveva conseguito. I detrattori parlano di dittatura, una rievocazione di fenomeni recenti e tragicamente passati che tendono a non tramontare, specie con la palese crisi vissuta dal sistema parlamentare capitalistico.
Sulla sfera internazionale un capo di Stato così decisionista, dotato d’immensi poteri, sostenuto e osannato da gente disposta a battersi per lui, com’è accaduto nelle ore del tentato golpe, un soggetto che appare impostore e al contempo diplomatico, sfrontato e flessibile al compromesso diventa un interlocutore accettato dai colossi globali, incarnati da uomini altrettanto forti: Trump, Putin, Xi Jinping. Far coincidere gli interessi di tutti i protagonisti su aree di mondo in sensibile scomposizione e in incerto riadattamento non è consequenziale, specie nel sempre più deflagrante Medio Oriente dove la Turchia erdoğaniana ha rimesso pesantemente naso e mani. Erdoğan, giocatore d’azzardo di razza, s’infila in questa partita e la nazione, che non ha esponenti politici, linee, progetti in grado di contrastarlo, non sa come rispondergli. In quindici anni ha vinto la sfida col kemalismo e di recente ne ha inglobato la componente retriva, legata alla memoria paramilitare dei ‘Lupi grigi’ di cui Bahçeli va fiero non solo agitandone il simbolo. Ha favorito blocchi economici trasversali, in cui il programma di modernizzazione e scalata sociale avvicinava classi rurali, proletariato urbano, ceto medio e capitalisti locali, ciascuno avvantaggiato nel proprio ambito da migliorie, interessi, affari, arricchimenti, e ne ha tratto un’approvazione elettorale senza pari.

Quando certa crisi ha introdotto lo spettro della frenata ha rilanciato il bisogno di unità contro pericoli e nemici. Che ovviamente esistono e che scelte personali gli hanno creato. Comprese quelle agitate da due anni a questa parte come complotti. Più misterioso quello gülenista, sicuramente affaristico ma con risvolti politici, visto che puntava a piazzare adepti nei gangli militari, giudiziari, burocratici, culturali del Paese attuando uno scavo ‘entrista’ nei centri del potere più proficuo di qualsiasi colpo di mano. Di cui il leader, premier e poi presidente non era certamente allo scuro e, quando la nazione era guidata dai kemalisti, ne condivideva progetti e finalità. Poi l’irrisolta questione kurda, ridiventata lotta al terrore, dopo un periodo in cui col “mostro” prigioniero Öcalan discorrevano i vertici dell’Intelligence ed Erdoğan traeva ulteriori consensi proprio da simili aperture. Kurdi divisi fra un combattentismo irriducibile che ha ripreso la lotta armata (Pkk) e la via dell’attentato cieco (Falconi della libertà) e un modello politico di ampio respiro che col progetto dell’Hdp aveva aperto una competizione efficace sul territorio e nell’urna. Dall’agosto 2015 sui due terreni il presidente ha scelto lo scontro aperto ordinando repressione e stragi verso la popolazione del sud-est anatolico e subendole fin nel cuore delle metropoli. Per non parlare di abolizione di diritti di pensiero e parola, con carcerazioni di attivisti, avvocati, editori, giornalisti, intellettuali. In un crescendo spaventoso che avrebbe steso qualsiasi politico, invece il sultano è ancora lì a puntare il dito contro gli oppositori definendoli terroristi, seminando terrore con le parole a cui, com’è già accaduto, possono solo seguire fatti.