mercoledì 21 febbraio 2018

Afghanistan 2017: i conti con la morte


L’ultimo rapporto Unama (la struttura delle Nazioni Unite che si occupa di Afghanistan) per l’anno che si è chiuso mostra una nota leggermente confortante: ci sono meno vittime civili rispetto al 2016 e a quella tendenza in costante crescita dal 2009. Otto anni nei quali si sono contati 28.291 morti e 52.366 feriti. Solo il 2012 era parso come un momento di flessione degli attacchi e delle vittime, poi i lutti sono progressivamente risaliti. Ecco le cifre del 2017: 10.453 colpiti in vario modo (3.438 morti, 7.015 feriti) con una diminuzione del 9%. Le donne bersagliate sono 1.224 (359 vittime, 865 ferite) con un incremento dell’1%, mentre i bambini finiti nel mirino sono stati 3.179 (861 morti, 2.318 feriti) con una flessione del 10% rispetto al 2016. Descritte anche la modalità degli assalti. Gli scontri di terra hanno prodotto 823 morti,  2.661 feriti, una diminuzione del 19%; quindi attacchi suicidi: 605 morti, 1.690 feriti, incremento del 17%; Ieds: 624 morti, 1.232 feriti, diminuzione del 14%; uccisioni mirate: 650 morti, 382 feriti, diminuzione dell’8%; esplosione di residuati bellici: 164 morti  475 feriti, flessione del 12%; operazioni Usa: 295 morti, 336 feriti  incremento del 7% sempre rispetto al 2016.
Gli autori delle carneficine. I Talebani hanno fatto 1.574 vittime, 1.574 feriti, diminuzione del 12%; Islamic State Khorasan Province: 399 morti, 601 feriti, incremento dell’11%; non identificati: 330 morti, 1.059 feriti; Afghanistan National Security Forces: 529 vittime, 1.164 feriti; gruppi pro-governativi: nessun dato di uccisione, 26 feriti; truppe Nato: 147 vittime, 99 feriti; attacchi non identificati: 43 morti, 34 feriti. Nel macabro elenco vengono fornite anche note sul decremento di civili uccisi indirettamente da armi pesanti (mortai, granate, missili), tale flessione è più significativa nelle province di Helmand, Baghlan, Kandahar, Kunduz, Uruzgan. La diminuzione di morti civili causate da Ieds sta a indicare una diversa tattica della guerriglia che punta a colpire direttamente i propri obiettivi, sebbene gli assalti portati nei centri urbani col sistema delle auto-bomba e dei kamikaze producano egualmente molte vittime civili. Nelle aree rurali l’uso di Ieds è rivolto alle perlustrazioni dell’esercito governativo, ma ovviamente gli ordigni possono stroncare le vite di qualsiasi passante, compresi gli abitanti dei villaggi.
Invece crescono gli attentati suicidi nei luoghi simbolo.  Kabul è un esempio eclatante: nel 2017 ha subìto 1.612 attacchi (440 vittime e 1.172 feriti) il 17% in più dell’anno precedente e raccoglie il 70% di tutti i civili colpiti con questo genere di aggressioni. L’attentato del 31 maggio 2017 (92 vittime, 491 feriti) ha fatto segnare più d’un terzo di tutti i civili colpiti in città durante l’anno. Inoltre c’è un incremento di esplosioni nei luoghi di culto. Soprattutto le moschee sciite che nel 2017 hanno contato trentotto attentati con 202 morti e 297 feriti. In flessione il numero di civili uccisi con attacchi aerei. Tali decessi risultano provocati più da operazioni gestite dall’aviazione afghana, negli ultimi tempi incentivata dagli Stati Uniti per l’ottenimento d’un controllo territoriale seppure dall’alto, che da azioni dell’US Air Force. Quest’ultima attualmente agirebbe solo in alcuni distretti delle province di Kunduz, Helmand, Nangrahar. Ma c’è poco da gioire. Il nuovo anno s’è aperto all’insegna della corsa a chi semina più morte e terrore fra talib e miliziani dello Stato Islamico: una sequela di attentati nella stessa capitale e in altre città che già opziona tristi primati futuri.

 

lunedì 19 febbraio 2018

Le vite sospese nella Turchia incatenata


La sospensione della vita per gli avversari di Erdoğan passa anche attraverso la trafila di processi kafkiani messi in atto dal nuovo Atatürk anatolico che i politologi definiscono sultano. Non solo per la fede islamica irregimentata a sistema politico, ma per la personalizzazione con cui incarna una nazione e il suo popolo cui chiede anima e corpo. Questa sospensione può toccare tutti. Un destino giuridicamente guidato l’ha rivolto anche a casi d’omonimia come quello di Asli, scrittrice libera e perciò pericolosa per Erdoğan, pure se lei si chiama Erdoğan. Non c’è celia nelle sentenze vomitate dal tribunale turco alla fine della scorsa settimana: condanne all’ergastolo per scrittori, intellettuali, giornalisti finiti nella rete repressiva dello Stato con l’accusa di appartenere al movimento gülenista. Quello accusato dal presidente turco di star dietro il tentato golpe di metà luglio 2016. Le recenti pene colpiscono alcuni elementi: il manager Yakup Simsek e l’art-director Fevzi Yazici, del quotidiano Zaman, da sempre indicato come voce dell’imam Fethullah Gülen, l’imprenditore un tempo amico e da anni odiato nemico del partito e dell’uomo di potere in Turchia. Colpiscono anche una famosa opinionista, Nazli Ilicak, che s’era permessa di affermare come il movimento Hizmet non sia un’organizzazione terrorista. Ma c’è ergastolo per tutti, anche per gli altrettanto noti fratelli Altan, lo scrittore e giornalista Ahmet e l’economista Mehmet che avrebbero lanciato all’opinione pubblica “messaggi subliminali” per un’adesione al colpo di mano militare.

Sub limen, sotto la soglia dell’inconscio avrebbero lavorato i due cervelli Altan per condurre alla disobbedienza una popolazione che, ascoltandoli in programmi televisivi, leggendone le note editoriali, sarebbe stata influenzata dai loro orientamenti non conformi alle direttive del regime. Neppure la pubblicità è così sicura che questi input passino attraverso il messaggio diretto o quello destinato all’inconscio; lo stesso dicasi per la propaganda politica e ideologica. Insomma studi scientifici hanno ribaltato le teorie di Vance Packard, in voga a inizio anni Sessanta. Ma quello Stato inquisitorio che è diventato la Turchia erdoğaniana cerca appigli per la sua caccia al nemico che va assai oltre le vicende accadute. Il tentato putsch di alcuni reparti di esercito, aviazione e marina più alcune fazioni della Jandarma (la polizia militare) è apparso sotto gli occhi di tutti. Realtà, finzione? Ne è seguito un balletto accusatorio fra Gülen, additato quale ispiratore e organizzatore, e la risposta al presidente turco a suo dire regista d’una messa in scena per poter scatenare una pesantissima repressione funzionale a un repulisti securitario: 50mila arrestati (quasi 9000 poliziotti, 7000 fra ufficiali e soldati, 2600 magistrati) con 170mila procedimenti giudiziari aperti e 150mila soggetti epurati dai pubblici servizi. Lo stato d’emergenza scattato e protratto per mesi s’è accompagnato alla crescita d’una caccia a qualsivoglia avversario, dai parlamentari repubblicani e dell’opposizione kurda, ai militanti del Pkk, considerati direttamente terroristi.

In questo clima ogni voce fuori dal coro risulta sgradita e passibile non solo di censura, ma di sospensione d’ogni diritto, quello della libertà innanzitutto. Così un sistema che costruisce consenso creando mostri adotta la mano pesante come unica forma d’identitaria, trovare nemici e capri espiatori è diventato in Turchia l’unico percorso politico ammissibile, che usa le stesse Istituzioni, governativa e parlamentare, per intimidire e assoggettare. Gli apparati di controllo della politica, come quello giudiziario sono stati ripuliti e predisposti alle direttive presidenziali, che poi sono quelle dell’uomo solo al comando, vista la controriforma costituzionale non a caso approvata grazie all’appoggio del partito nazionalista e fascista dei Lupi grigi. In questa Turchia uno dei massimi esponenti dell’intellighenzia, il citato Ahmet Altan, finisce in galera addirittura a vita e non sa, come denuncia la scrittrice Erdoğan se questa gogna potrà finire o sarà destinato a marcire in galera alla stregua del leader kurdo Öcalan, ormai vicino al ventennio di detenzione. L’uso che l’Erdoğan sultano fa di questi “prigionieri”, definiti in tal modo dai fedelissimi magistrati, è eminentemente politico. Di quella personalizzazione della politica con cui riesce a praticare con indifferenza qualunque svolta a 360°, attuando e azzerando ogni patto, come ha mostrato in questi anni con le minoranze interne e in Siria. Padrone del tempo e dello spazio, carceriere dei pensieri e degli uomini che vogliono vivere liberi.

venerdì 16 febbraio 2018

Egitto: Sisi imprigiona anche Aboul Fotouh


E’ costata cara l’intervista fuori dai denti che Aboul Fotouh, politico dell’opposizione egiziana (la poca tuttora resistente ed esistente) ha concesso giorni addietro all’emittente qatarina Al Jezeera. La sua accusa sulle prossime presidenziali, considerate falsate e oppressive come e peggio dell’epoca Mubarak, è stata giudicata dalla magistratura un attacco alla nazione. Così all’ex politico della Fratellanza Musulmana viene comminata una pena di quindici giorni d’arresto, passibile d’un aggravio. Fotouh fu candidato alla presidenza nel 2012 come indipendente, dopo aver subìto un misterioso pestaggio per strada, che venne inquadrato come lotta intestina in seno alla Confraternita fra i leader islamici in corsa per la sfida elettorale. Da quel momento il suo percorso e quello della Fratellanza si divisero. Il politico e intellettuale, accusato di moderatismo all’interno della Brotherhood, successivamente diede vita allo ‘Egypt Strong Party’,  che come la formazione ‘Corrente Popolare’ di Sabbahi, il regime di Sisi non sciolse d’autorità come aveva fatto con altri organismi dell’opposizione, islamica e laica.
Era la tattica prescelta dal generale golpista in occasione delle presidenziali del 2014. Lo stesso apparato militare che lo sostiene, il Consiglio Supremo delle Forze Armate, all’epoca proponeva il doppio binario di una feroce repressione contro le forze islamiste (ma non i salafiti) e contro il movimentismo laico di Tahrir (6 Aprile e simili), e dell’agibilità politica concessa al candidato Sabbahi, che fungeva da maschera per l’illegalità che il regime, mese dopo mese, istillava nella vita pubblica del Paese. Un’illegalità coperta anche dai governi occidentali, compresi quelli succedutisi a palazzo Chigi che, interessati ai propri affari di import-export energetico e bellico, nulla hanno dichiarato riguardo ad assassini, arresti, mancanza di diritti nel grande Paese arabo. Fino a registrare lo strazio di Giulio Regeni, punta di un iceberg, che vede centinaia di sparizioni autoctone. Il caso Regeni stabilisce un confine per tutto ciò che l’omertà degli apparati (poliziesco, politico, giuridico) ha messo in atto. Un regime, già feroce repressore di libera stampa e veri oppositori, che non tollera intromissioni su nulla.  
Qualunque esposizione d’idee contrarie alle sue derive viene bollata come “terrorista e pericolosa per la sicurezza degli interessi della nazione” che continuano a essere gli ‘affari di Stato’ della lobby militare e di chi con essa allarga le sue fortune di potere e di arricchimento economico. Tantoché, un sopraffino conoscitore di questo sistema che in epoca Mubarak se ne è avvantaggiato (Shafiq, già generale dell’aeronautica e fedele dell’ex raìs) ripropostosi per la corsa alla presidenza di marzo, ne è stato fermamente dissuaso e giocoforza ha accettato la reprimenda. Sorte peggiore è toccata a un altro militare, il generale Anan, cui è contestato d’aver usato per la corsa presidenziale documenti falsi perciò è finito in prigione dal 23 gennaio. Verso Fotouh l’accusa è peggiore: terrorismo. Poiché l’apparato di comando, che fa quadrato attorno al suo sistema forcaiolo, ormai considera un pericolo per la Patria non solo chiunque la pensi diversamente, ma chiunque pensi.

mercoledì 14 febbraio 2018

Afghanistan, l’inesauribile guerra


La quiete di questi giorni, dopo il mese del terrore (233 vittime solo di attentati, dal 28 dicembre al 29 gennaio scorsi), non illude nessuno. La guerra afghana può riprendere come nei peggiori anni dell’occupazione Nato (2009-2012), quando le truppe anti talebane toccavano il massimo: 110.000 marines, 30.000 contractors, 300.000 soldati dell’Afghan Security Army. Lo pensano parecchi analisti, lo suppongono oppositori democratici che sentiremo a breve. Assolutamente improduttivo s’è dimostrato il tentativo di accordo governativo coi vertici talebani, inefficaci anche i buoni uffici d’un fondamentalista di vecchia guardia del calibro di  Hekmatyar. E’ sembrato che i turbanti volessero prendere il potere con le armi, come nel 1996. Però, nonostante le attuali cospicue aree di controllo: Helmand a sud, Nuristan a est, Ghor al centro, oppure medio-alto: Farah (ovest), Paktika (est), Kunduz (nord) non c’è una stabilizzazione di un potere talebano. Proprio il caso dell’assedio di Kunduz, nell’autunno 2015, dimostrò che i guerriglieri potevano assediare e spodestare i soldati di Ghani, ma di fronte al massiccio intervento dei bombardieri statunitensi dovevano ritirarsi. Insomma non riuscivano a tenere stabilmente una grande città.
E’ trascorso più di un anno, fra il 2016 e 2017, nel tentennìo sui possibili compromessi fra l’attuale governo e l’insorgenza Talib. Con l’interesse soprattutto della diarchia Ghani-Abdullah a perpetuare una guida che frutta affari fra i proventi dell’oppio e degli aiuti internazionali, con la gestione Obama in uscita e quella Trump in entrata a osservare, col Pentagono in una convinta fase di disimpegno dalla prima linea. Ma le frizioni e frazioni dei gruppi talebani (la rete di Haqqani oscillante fra colloqui e scontro aperto, i dissidenti delle aree tribali e del Waziristan e quelli che hanno assunto la sigla di Stato Islamico del Khorasan, impegnati in una doppia sfida: attaccare i governativi per strappare agli ex fratelli di kalashnikov il primato della resistenza armata), mese dopo mese hanno fatto naufragare ogni prospettiva di rimescolamento della guida della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Il compromesso in salsa fondamentalista è naufragato, mentre è in atto la contesa sulla leadership dell’insorgenza, seppure il disegno nazionalista talebano si distingua da quello dell’Isis afghano sostenitore d’un Califfato transnazionale. Insomma i talebani, pur pragmatici, sembrano orientati su una mai rinnegata strategia stragista proprio per non vedersi scavalcati dalla concorrenza.
E hanno voluto ampliare l’orrore. Delle otto azioni sanguinarie rivolte prevalentemente contro civili i talib se ne sono attribuite tre, due delle quali sanguinosissime: 40 vittime all’Hotel Intercontinental, 103 con l’autobomba nel centro di Kabul. Quest’ultima, fra l’altro, era un mezzo sanitario, dunque normalmente non sospettato. Ma questa guerra nella guerra per il primato del terrore, non ha più codici, se mai il fondamentalismo se ne sia dato qualcuno. Certo, i miliziani di Akhunzada considerano nemici tutti coloro che collaborano con le forze militari d’occupazione, dunque i civili locali o stranieri impegnati con la Nato, ma  anche con la Cooperazione internazionale e l’amministrazione di Kabul. E non vanno per il sottile. Seppure nei loro tre attentati del recente mese di fuoco, fra le vittime si contano anche passanti, mercanti e bambini di strada. La sfida, poi, ha scelto scenari visibili: le città, Jalalabad e Kandahar, ma soprattutto la capitale così da cercare ampia risonanza sui media, evidenziare l’inefficienza nel controllo del territorio di polizia ed esercito locali, incrementare la paura fra la gente. Rinunciando alle trattative e ponendo la questione della forza come inevitabile, per tutti anche per se stessi, i talebani mettono a nudo i piani del governo-fantoccio.
E insinuano alla Casa Bianca la tara d’una ripresa del conflitto in prima linea. La faccenda pone chi sa - Cia e Pentagono - di fronte a un panorama conosciuto: il rischio di perdite di uomini che, invece, la guerra dai cieli azzera o attenua moltissimo. Ma pone soprattutto lo Studio Ovale, e anche il Congresso, davanti a temi vischiosi: alleanze e geostrategie regionali. Il maggiore tutore della galassia talebana è l’Intelligence pachistana, che su indicazioni del proprio governo e talvolta per iniziativa autonoma, fomenta caos per prostrare e ingessare il Paese confinante tenendolo bloccato. Islamabad è un alleato rissoso e indisciplinato che gli Usa foraggiano a suon di finanziamenti e armamenti o puniscono tagliando i fondi, com’è accaduto di recente. Poiché Washington non può abbondonare i siti creati per osservazione e possibile intervento sul quadrante orientale, sarà costretta a rimettere i piedi negli scarponi. Calzati da chi è la grande diatriba. C’è chi prevede di privatizzare in toto l’intervento: l’estate scorsa due impresari statunitensi della morte, l’ex contractor Erik Prince e il miliardario della sicurezza Stephen Feinberg, avevano presentato a Trump un piano d’intervento che aveva indisposto i capi del Pentagono. I generali, da sempre influenti su qualsiasi presidente, non vogliono perdere un ruolo decisionale sulla guerra. Che sembra riemergere come unico sbocco per talebani, jihadisti, marines, mercenari. E per l’eterno business delle armi.

martedì 13 febbraio 2018

Eni, il Mediterraneo e la battaglia del gas


Fra i temi trattati en passant nella visita lampo compiuta recentemente a Roma, più per incontrare papa Francesco che Mattarella e Gentiloni, il presidente turco Erdoğan aveva speso qualche manciata di secondi per annunciare al nostro Capo di Stato che le esplorazioni Eni a favore di Cipro nell’ambito della Zona Economica Esclusiva concessa al governo di Nicosia, non erano gradite a Lefkoşa ed Ankara. Da chi usa la geopolitica in maniera cinica e sconsiderata (seppure non da solo) non si può rimanere sorpresi che all’avviso siano seguite mosse muscolari, peraltro usuali nella cupa agenda erdoğaniana. Così da giorni la nave di perforazione Saipem trova la strada sbarrata da fregate turche che svolgono addestramenti militari volti a bloccare il passaggio della struttura di ricerca dell’Eni. La mai risolta questione di Cipro-Nord nell’ultimo decennio s’è trascinata sia la controversia delle ZEE (che sanciscono i diritti sovrani di uno Stato per utilizzare coste, tratti di mare, risorse naturali sottostanti) che vede coinvolte e interessate Cipro, Libano, Israele, Egitto a vari depositi di gas presenti nei fondali del Mediterraneo orientale. Stesso diritto ha la Striscia di Gaza, ma il suo legittimo governo rappresentato da Hamas viene bollato di ‘terrorismo’ e tenuto fuori dall’utilizzo di una risorsa che potrebbe risollevare le sorti economiche dei palestinesi lì residenti.

Oltre ai due più grandi giacimenti scoperti sui fondali di Levante: Zohr (850 miliardi di metri cubi di gas) prospiciente le coste egiziane, Leviathan (600 miliardi di metri cubi) davanti a Israele (ribadiamo: la Striscia di Gaza è fra le due nazioni e ha diritti su una fetta dei due bacini), c’è il cipriota Aphrodite (300 miliardi di metri cubi). La scoperta è allettante per i Paesi coinvolti e interessante per l’Europa che avrebbe a disposizione nuovi mercati energetici per alternarli a quelli noti (Russia e Algeria) diventati particolarmente onerosi. Un ruolo centrale in questa frontiera energetica lo gioca l’Eni, che per esperienza, tecnologia, politica e diplomazia d’ogni genere, acquisite in decenni di presenza su ogni terreno della geografia energetico-politica fa da catalizzatore anche per i progetti di distribuzione di quel gas (la conduttura sottomarina East-Med verso Creta, Grecia e Italia, Arab pipeline dall’Egitto verso Giordania e Siria, Egypt pipeline con successivo trasporto via mare da Port Said). Copre il terreno della ricerca sottomarina, com’è nel caso attualmente in questione con la nave da scandaglio Saipem che dovrebbe ricercare ulteriore sacche di gas nel così definito blocco 6 di Aphrodite. E soprattutto agisce da gran cerimoniere diplomatico per le componenti attirate, direttamente e indirettamente.

In questa partita geoenergetica compaiono attori interessati a questa e agli sviluppi dell’area, che da anni sta drammaticamente colpendo la popolazione siriana. Russia e Turchia ne sono pesantemente coinvolte. Mosca è una protettrice del governo di Nicosia, che pur entrata nell’Unione Europea costituisce, come Malta, un paradiso bancario off-shore per attività lecite e illecite in cui sono impegnati imprenditori russi. Ovviamente questi non sono gli unici, ma risultano numerosi. Alla Russia, agli affari di Gazprom, però non conviene incentivare uno sviluppo distributivo del gas cipriota, di cui Cipro-Nord, dunque la Turchia di Erdoğan, vorrebbe condividere con Nicosia i vantaggi. Secondo i turco-ciprioti anche il proprio governo (riconosciuto solo da Ankara) dovrebbe trarre beneficio dal bacino Aphrodite tramite una propria ZEE. Oppure avviare un’unificazione dell’isola, cui si continua a opporre la comunità maggioritaria greco-cipriota. L’ipotesi d’una Cipro unita è perorata da Israele, che mira ad appianare le rivalità sull’isola, sostenendo che entrambe i gruppi etnici ne trarrebbero vantaggi economici. Israele è intenzionato soprattutto a lanciare il business energetico verso il vecchio continente, aprendo sia al gas proveniente dalla cipriota Aphrodite, sia al proprio del Leviathan, tutto viaggiante verso nord attraverso la conduttura East-Med.

L’Eni veste i panni di un ministero degli Esteri sul campo, e pur interessato a trarre massimi profitti da consulenze e joint-venture in ogni zona economica dell’enorme Hub del gas (una conferenza internazionale tenuta lo scorso anno definì il Mediterraneo ‘il mare del gas’) non vuole scontentare gli attori interessati agli sviluppi del grande affare di geopolitica dell’energia. In primo luogo la Russia, poiché il progetto South Stream atto a condurre il gas siberiano verso sud aggirando l’Ucraina, è un piano particolarmente lucroso per Eni e Gazprom. A questo Erdoğan e Putin avevano creato l’alternativa del Turkish Stream, congelato per un periodo ma che ha ripreso quota anche in relazione alla collaborazione fra i due presidenti sullo scacchiere mediorientale siriano. Come mostra la questione di Cipro, non è facile accontentare tutti se e quando interessi economici entrano in contrasto con vicende politiche. E sempre più quest’ultime coinvolgono ulteriori terreni in cui diritti, umanità, etica  passano in second’ordine di fronte alla ragione di Stato o peggio alla logica del profitto. Per intrighi internazionali in cui si chiede giustizia - l’omicidio Regeni, tanto per tornare su un tema dibattuto - proprio il ruolo dell’azienda del “cane a sei zampe” nel giacimento Zohr e gli affari italiani in uno Stato torturatore e assassino avrebbero bisogno di chiarezza e non dell’omertà della politica. Al Cairo come a Roma. E’ l’unica promessa che i contendenti del 4 marzo non fanno agli elettori.

lunedì 12 febbraio 2018

L’Egitto verso presidenziali blindate


La campagna elettorale del presidente egiziano Al-Sisi, una corsa volutamente solitaria, si colora di rosso sangue. Quello di nemici jihadisti fatti fuori dall’esercito nella settimana dell’operazione antiterroristica lanciata il 9 febbraio al Cairo. Sedici miliziani, o presunti tali, sono stati eliminati nella penisola del Sinai, dove risultano arrestate anche un centinaio di persone. La linea della sicurezza è un refrain con cui da quattro anni il generale che ha spodestato il presidente islamista Morsi si fa bello, ma non altrettanto forte. La linea della forza l’ha riversata contro giornalisti e oppositori politici incarcerati e fatti sparire in ogni modo. Il Sinai, invece, è l’area dove una componente jihadista intende creare una sorta di nuovo Califfato, dopo la perdita di Mosul e Raqqa. L’attentato di fine novembre nella moschea Al-Rawdah, con oltre trecento vittime, ha introdotto un incubo per nulla svanito nonostante la battente propaganda governativa. Del resto l’area desertica del Sinai ha sempre rappresentato una spina nel fianco del potere cairota, anche in altre epoche. In più, le promesse securitarie di Sisi non riescono a intaccare una presenza che si maschera e mescola a carovane di beduini e trafficanti della regione. Intanto l’avvicinamento al voto del 26 marzo, che deve ribadire lo strapotere del regime, è da due mesi purificato da ogni possibilità di alternativa. Lo staff presidenziale ha lavorato per far terra bruciata attorno a qualsiasi candidatura.
A fine anno è caduta quella d’un feloul come Shafiq, bloccato ai domiciliari negli Emirati Arabi e poi ‘convinto’ a desistere dal desiderio di presentarsi (Shafiq aveva perso per 900.000 voti lo scontro presidenziale con Morsi nel 2012). Quindi sono state vietate o impedite con l’arresto le proposte di ex militari: Sami Anan, Ahmed Konsowa. Lo stesso nipote dell’ex presidente Sadat, Mohamed Anwar, e il noto avvocato Khaled Ali, hanno rinunciato, considerando sleale il clima della corsa elettorale. Insomma si è assistito a una sequela di arresti e aggressioni verso chiunque fosse sfiorato dall’idea di lanciarsi nella disfida. Di recente c’è stato un micro cambiamento: la gara solitaria è stata valutata disdicevole per il presidente uscente, così è stato ammesso un candidato di comodo: Moustafa Moussa (El-Ghad Party), uomo fedele alla lobby militare che farà da punching-ball, offrendo una parvenza di confronto politico al monologo autoritario di Sisi. Accanto alla scontata riconferma di quest’ultimo, il regime cerca d’inseguire una credibilità numerica che già in occasione dell’elezione del 2014 venne inficiata da sospetti. Allora Sisi ottenne 23.780.000 consensi, mentre Sabahi si fermò a 757.000. La percentuale ufficiale degli elettori fu del 45%, ma secondo alcuni osservatori internazionali il voto reale s’aggirava attorno al 15% degli iscritti alle urne, dunque quei milioni erano gonfiati.
Si voleva eguagliare la partecipata sfida del 2012 fra Morsi e Shafiq che dopo decenni di astensionismo aveva riportato al voto oltre il 52% degli egiziani. Il recente repulisti di candidati ripropone un vecchio sistema, seppure un politico di lungo corso come Aboul Fotouh, che in un’intervista ad Al Jazeera ha annunciato il boicottaggio elettorale da parte del suo schieramento (Strong Egypt Party), nella stessa ha affermato: “Anche Mubarak era un dittatore, ma capiva che mostrare la disputa politica costituiva uno sfogo per la popolazione”. Accanto al lavoro securitario sporco praticato dall’Intelligence e da varie strutture poliziesche locali s’aggiunge il contributo di una magistratura affidata ormai solo a uomini del regime, gli stessi che evitano o insabbiano indagini sulle sparizioni di oppositori (oltre 60.000), operatori umanitari, giornalisti o ricercatori, come nell’omicidio Regeni. La scorsa settimana alcuni pubblici ministeri hanno cercato d’incastrare tredici operatori del ‘Movimento civile democratico’, ovviamente accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Quest’alibi, grazie al quale si perpetuano i maggiori misfatti di una dittatura strisciante, non è oggetto di discussione della campagna presidenziale né nei dibattiti interni né nelle interrogazioni della geopolitica internazionale. L’Egitto è attanagliato dalla spirale antica di terrore, silenzio, sudditanza. E così andrà alle urne.

lunedì 5 febbraio 2018

Erdoğan incontra Francesco


Benvenuto o meno, Erdoğan è sbarcato a Roma come il più potente dei Presidenti, visti i tremilacinquecento poliziotti che blindano la città, dall’area attorno piazza San Pietro al Quirinale, passando per palazzo Chigi, dove incontra i rappresentanti della Città del Vaticano e dello Stato Italiano: papa Francesco, il presidente Mattarella, il premier Gentiloni. Dei colloqui si saprà poco nell’immediato, visto che il protocollo non ha previsto né conferenze stampa né tantomeno presenze di giornalisti, tanto che alcune associazioni di categoria come Articolo 21 hanno sollevato proteste, mentre la comunità kurda di Roma e circoli dell’opposizione hanno organizzato un sit-in di protesta nei giardini di Castel Sant’Angelo. Il presidente-sultano continua a tenere la scena internazionale e mediatica: col pontefice parla della questione di Gerusalemme, tema sollevato  dall’amministrazione Trump con la proposta-choc di renderla capitale di Israele, e parlerà dei profughi siriani. Quelli già sparsi in tanti Paesi, e da anni massicciamente in Turchia; quelli che potrebbero ulteriormente crearsi a seguito dell’ulteriore frazionamento del territorio, che subisce le mire turche con l’azione contro l’enclave di Afrin.
Qui i kurdi del Rojava hanno lanciato il loro grido di dolore, per l’attacco alle postazioni con cui le proprie unità hanno tenuto testa ai jihadisti dell’Isis e, dal 19 gennaio scorso, si vedono colpite dall’assalto turco dai proclami  sionisti (l’operazione è chiamata “Ramoscello d’ulivo”). I contendenti offrono un soggetivo quadro degli effetti, comunque deleteri,  verso la popolazione civile e anche militante, visto ciò che è stato riferito sul corpo violato della guerrigliera kurda Barin Kobani. Esiste di fatto una sperequazione fra il migliaio di “neutralizzati” propagandati da Ankara e le 140 vittime dichiarate da parte kurda. Comunque, notizie soggettive a parte, non è solo sui numeri che si deve riflettere per sottolineare come Erdoğan stia inglobando una frazione territoriale del Rojava per estirparne i nuclei combattenti, mentre l’esercito turco afferma di compiere un’operazione antiterroristica contro l’Isis (che in quell’area non c’è da tempo) e il Pkk, inteso come militanti del Pyd considerati una loro costola. Tutto ciò, però, non accade per caso. Sullo scacchiere siriano, dove il conflitto non è affatto concluso, sono in atto affari privati del fronte pro Asad, con Mosca che ha patteggiato con Ankara un via libera all’intervento anti kurdo. Alcuni analisti sostengono come nel frazionamento occidentale della Siria, deciso, passo dopo passo, negli incontri di Astana i russi siano interessati a posizionarsi a Idlib.
Quanto la Santa Sede possa impedire tutto questo si pone a metà strada fra il mistero e il miracolo. La geopolitica prosegue il suo corso, mentre le altre Istituzioni visitate dall’autocrate turco, presidente e premier italiani, dovrebbero assumere un ruolo diplomatico di mediazione nei confronti di altri partener occidentali: dall’imprevedibile plenipotenziario d’Oltreoceano, all’asse politico franco-tedesco. Ma l’opzione dell’ingresso in Europa è da tempo fuori dall’agenda di Erdoğan, invece all’alleanza militare Nato desta preoccupazione la sua cocciutaggine, la mania di grandezza e il triplo giochismo con cui fa e disfa secondo personali opportunità delle circostanze. Sulla delicatissima questione dei diritti violati, quelli della minoranza kurda che, oltre alla repressione carceraria rivive l’eliminazione fisica dei cittadini, delle opposizioni e della libertà d’espressione della stampa, l’Unione Europea potrebbe sollevare proteste o più incisive pressioni economico-commerciali. Ma sono proprio gli ingranaggi del business che bloccano iniziative del genere - accade con molti autocrati - e accade ancor più con Erdoğan. Il nostro Paese, ad esempio, è il terzo cliente della Turchia, impegnato con 20 miliardi di dollari d’affari, difficilmente Gentiloni e Mattarella anteporranno i diritti dei kurdi a quello dei capitali impegnati e in itinere. E pure i pensieri di Francesco probabilmente poco potranno per Afrin e le sue genti.