mercoledì 21 giugno 2017

Arabia Saudita, Salman bin promosso erede al trono

La smania muscolare che annida fra i Saud trova un interprete rampante e pretenzioso in Salman bin il cui papà, contravvenendo a quanto aveva disposto tempo addietro, ora innalza a erede al trono. Viene scalzato il nipote Mahammed bin Nayef, già designato come delfino e ieri disconosciuto grazie al voto espresso a larghissima maggioranza dal Consiglio di Fedeltà all’Arabia Saudita. Alla Mecca 31 membri su 34 hanno avallato il cambio in corsa. Sauditi a volto scoperto, dunque, se ancora fosse servito celare le concrete intenzioni egemonico-guerrafondaie della dinastia di Riyhad. Evidentemente l’ottantunenne re Salman, che due anni e mezzo fa nel prendere il posto di re Abdallah, aveva cercato di mediare coi fratelli la successione destinandola a un nipote, si è convinto ad accelerare i tempi favorendo l’elemento che più di altri incarna la smania di potere della famiglia, che esula dalla sfera affaristico-economica. Un potere che adesso mette al centro la figura del rampollo trentunenne, il quale, oltre a conservare la carica di ministro della Difesa, viene anche nominato primo ministro. E se da una parte ben pochi credono alla finzione democratico-rappresentativa di cui il regime s’ammanta, dall’altra la mossa costituisce un accentramento intenzionato a sottolineare la forza e il credito di cui Salman junior gode.
In contemporanea a bin Nayef si ritaglia il ruolo di ministro degli Interni e altre scelte riguardano Nasser al-Daoud che riceve l’incarico di sottosegretario al ministero degli Interni. Il principe bin Faisal bin Abdulaziz diventato consulente della Corte reale, e tal Faisal Sattam è nominato ambasciatore del casato in Italia, come pure altri principi vanno a occupare ruoli diplomatici. Non abbiamo notizie sugli orientamenti di quest’ultimi, ma vista l’entità della svolta c’è da giurare che la monarchia si stia dotando di figure completamente acquiescenti alla linea geopolitica assunta dopo gli accordi di Riyad con Donald Trump. Ritocchi pure negli apparati di sovrastruttura (l’Autorità per lo sport) e in quelli più sostanziali del governatorato del Golfo e dell’Intelligence. Locali agenzie danno a questi trasferimenti tattici una veste sacrale quando riportano la dichiarazione della Casa reale sulle norme che “passano ai figli del fondatore re Abd al-Aziz e ai figli dei loro figli. Una verticalità che concorda coi princìpi del Santo Corano e la tradizione del venerabile profeta” sebbene quest’ultima valutazione sia una libera interpretazione, a proprio favore, dei testi sacri islamici. Come sempre i Saud usano la religione per avvalorare fra i fedeli sunniti un’investitura divina che ne blindi a tuttotondo l’operato.
L’investitura è direttamente correlata con la crisi col Qatar di cui la politica estera è il fulcro. Su questo terreno il piccolo Stato e la dinastia al-Thani, che lo governa, rompono lo schema di subordinazione accettato da altri (EAU, Oman, Bahrein). In grave crisi lo Yemen, stritolato dalla guerra civile e dove i sauditi misurano sul terreno armato con l’Iran la forza egemonica nella regione, e ultimamente anche il Kuwait mostra un comportamento meno acquiescente ai voleri sauditi. Certo, le petromonarchie con l’ausilio dell’Egitto del golpista al-Sisi costituiscono un blocco con cui non è facile misurarsi anche sul terreno di quelle che negli ultimi tempi sono state le armi più potenti di Doha. Media, finanziamenti, diplomazia economica. L’ultimo rampollo al-Thani ha esaltato ciò che da circa un ventennio i predecessori incentivavano. La creazione e l’implemento dell’emittente Al Jazeera è stata una delle iniziative più azzeccate dall’emiro bin Khalifa e ha rappresentato, e rappresenta, un prezioso strumento di orientamento, anche per l’eccellente professionalità con cui muove l’informazione. Il quarto figlio e suo successore Tamim, già dall’abbigliamento ha scelto di rompere le barriere formali con l’Occidente e usa lo sport quale strumento diplomatico di prim’ordine (investimenti in club calcistici, finanziamento di grandi eventi dai Giochi asiatici ai Mondiali di football).

Oltre a sovvenzioni dirette come quelle immobiliari realizzate, ad esempio,  a Milano-Porta Nuova. Così il piccolo Qatar s’è aperto al mondo non solo vendendo gas e idrocarburi, ma diversificando il suo impero dei petrodollari. Giocando anche sporco, se certi denari sono finiti a finanziare direttamente o indirettamente il terrorismo jihadista, un’accusa che, però, le contigue dinastie del petrolio non possono lanciare senza il rischio di vedersi coinvolti in una collettiva chiamata di correo. Fra tanta spregiudicatezza alcuni commentatori, come uno dei decani di Al Arabiya (la tivù saudita concorrente di Al Jazeera, seppure con minore successo) al-Rashed, sostengono che l’impatto mediatico e finanziario non salverà  Doha dall’isolamento in cui i Paesi fratelli (e sicuramente anche coltelli) l’hanno spinta. Visto che la geopolitica necessita di relazioni Diplomatiche con la maiuscola, quelle che passano per investimenti ed economia sono importanti ma non vivono senza l’ossigeno della politica. E su questo terreno il clan al-Thani non può spendere tutto ciò che mostra su altri tavoli. Fra i colossi mondiali gli Usa hanno compiuto la propria scelta e i qatarioti non hanno al proprio fianco un padrino che possa difenderli se i petrodollari dovessero lasciare il passo alle petroarmi. Insomma, secondo Rashed, dalla base di al-Udeid (base aerea Nato in Qatar) non s’alzerebbe un solo caccia statunitense o britannico a difesa degli al-Thani. Chissà se per festeggiare la prossima corona bin Salman vorrà unire all’idea di soffocare l’ambizioso Tamim con un embargo (tutto da provare, nonostante una geografia favorevole) anche uno sfregio militare. Il  laboratorio mediorientale le sta provando tutte.

lunedì 19 giugno 2017

Voglio uccidere i musulmani


Nella testa del conducente-vendicatore, bianco, forse britannico - cattolico, protestante, ebreo o non credente non importa - Finsbury Park si prende la rivincita su Westminter e London Bridge. “Voglio uccidere i musulmani” è l’essenza di un pensiero che se per ora può contare sull’esempio di un ‘lupo solitario occidentale’ magari darà vita a gruppi di fondamentalisti anti islamici che in geopolitica esistono già, organizzati in eserciti, prima che in gruppi paramilitari. Quest’ultimi in periodi vicini e lontani della Storia hanno rappresentato drammatiche realtà, tutte giustificate dall’immediato orizzonte degli eventi, e poi ripensate con parziale ammissione di colpa, anch’essa non sempre scontata. Le sete omicida trasformata in atto dall’ennesimo attentatore londinese, che ha lanciato l’automezzo della follìa su una folla di fedeli uscita da una delle ultime preghiere collettive dell’annuale Ramadan, è qualcosa di già scritto e formulato in soluzione alternativa “per non soccombere” da teorici della politica del razzismo muscolare e da intellettuali che cavalcano il tema con raffinata scrittura. Un plot ricamato attorno all’intreccio del sanguinario Islam jihadista che sgozza e spappola sotto le ruote le esistenze, simili nel tran tran metropolitano, diverse nei princìpi dei sacri libri, degli infedeli. Così i fedelissimi alla ritualità della morte trovano spazio, motivo e missione anche sul fronte opposto.
Vestono in tutto e per tutto l’ideale del crociato, contro cui i miliziani della mezzaluna hanno lanciato una guerra che dev’essere di attacco continuo, fino a schiacciare l’avversario. Il sindaco di una Londra stordita, Sadiq Khan, la premier di una nazione barcollante, Teresa May, pur nella boria dell’Impero che fu, possono rappresentare l’immagine del politico occidentale ubriaco fra eventi che non governa più. Come i colleghi di un Occidente che fra comprensione, mediazione, chiusure, parziali o totali, a inarrestabili flussi migratori, mostra soprattutto l’inefficacia d’un sistema politico-economico che poco integra e tanto scava in diversità sociali, alternando ghetti a scatole cinesi dove la convivenza fa a pugni con le tradizioni che ciascuna etnìa, fede, comunità considera irrinunciabili. Ovviamente c’è chi lavora per un dialogo, di per sé difficilissimo, ma è una minoranza. Perché tanti dei presunti incontri, rapporti, dialoghi, aperture ruotano esclusivamente attorno al business che oggi unisce, domani può dividere. Mentre la macro storia parla il burocratese diplomatico di facciata, che quando non s’accorda sfocia in contrasto senza soluzione di continuità, le teorie degli untori dello scontro fra civiltà, sui media mainstrem ne siamo assediati, forniscono carburante ai combattenti di un odio che deve diffondersi. E non potrà che proseguire se tutto, come sembra, resta invariato.

sabato 17 giugno 2017

Turchia cerca una mediazione fra le petromonarchie

Il ministro degli Esteri turco Cavusoğlu è volato in Kuwait per tessere una tela relazionale fra i Paesi del Golfo dopo la tensione che da due settimane ne contrappone alcuni al Qatar. A Kuwait City ha incontrato l’omologo locale Sabah Khaled al-Sabah con l’intento di creare una mediazione fra le case regnanti attualmente ai ferri corti. Ai funzionari qatarioti presenti all’incontro Cavusoğlu ha chiesto di cercare prove sulle accuse rivolte al governo di Doha, altrimenti tutto resta supposizione che avvelena la politica reale. Al tempo stesso dichiarava che l’imparzialità di Ankara mira a sostenere una profonda fiducia su un percorso di collaborazione fra le parti. Il fine di quest’apertura a 360 gradi rappresenta un assist per la dinastia al-Thani, di cui il ministro turco ha comunque ricordato la vicinanza al Consiglio della Confederazione del Golfo nella crisi yemenita e alla stessa Arabia Saudita quando ha subìto l’assalto alla propria ambasciata a Teheran a opera di manifestanti e basij che accusavano i sauditi della repressione contro l’etnìa Houti in Yemen. Insomma Cavusoğlu ha calcato la mano sull’appartenenza qatariota a certi accordi fra petromonarchie, sorvolando sia sul proprio asse con Doha, sia sulla politica autonoma che essa pratica rispetto della dinastia Saud, amante della subordinazione dei fratelli arabi alle sue decisioni.
Nel passo diplomatico non si è trattato un elemento centrale e spinoso: lo sbilanciamento di al-Thani verso il ruolo egemonico giocato dall’Iran sulle componenti sciite presenti in talune aree (Iraq, Libano, Yemen) e le sue alleanze geostrategiche con altri governi (Asad in Siria). Il Qatar, oltre a rompere la linea unitaria dei Paesi del Golfo favorevole a un’egemonia saudita, è accusato di avvantaggiare due stati non arabi nella regione (Iran e Turchia) peraltro colossi economici, politici e militari con velleità di supremazia. Il politico locale che risulta brillare dall’accelerazione della crisi voluta da re Salman è il figlio Mohammed bin Salman, figura rampante della dinastia saudita, che ha già molto potere come ministro della Difesa. E’ però considerato un ondivago, viene tacciato di temperamento umorale, oltre che di scarsa esperienza per il delicato compito ricoperto. Attualmente l’erede al trono è il cugino Mohammad bin Nayef, ma gli osservatori regionali sostengono che dietro le scelte drastiche e di rottura ci sia il giovane rampollo. Secondo più voci sarà lui ad animare il futuro della dinastia Saud, proseguendo la linea delle pretese emoniche, del tradizionalismo reazionario amministrativo e religioso, della doppiezza geopolitica.
In effetti tutto ciò rappresenta una continuazione della linea del capostipite Adb al-Aziz, che prese le redini negli anni Venti per poi trasferirla a successivi parenti, una politica incentrata sul chiuso clan familiare votato alla collaborazione col credo wahhabita più fondamentalista. Anche grazie a questo nell’ultimo trentennio Riyad ha svolto quel ruolo di sostegno e finanziamento sistematico del terrorismo jihadista, prima col marchio Qaeda ora Isis, di cui accusa gli al-Thani. Fra gli alleati più stretti dei Saud ci sono i sovrani degli Emirati Arabi Uniti, che ultimamente hanno come leader il principe di Abu Dhabi Mohammad bin Zayed, considerato un moderato. Nonostante quest’emiro mostri una gestione della politica mediorientale diversa dall’irruento bin Salman, anch’egli, sempre consultato dai sauditi, considera come loro e con loro ogni spirito innovativo nella vita socio-politica interna e regionale come un atto rivoluzionario. Qualsiasi richiesta, non solo protesta, rappresenta una minaccia allo status quo e una sfida al potere personale e clanista delle  famiglie reali. E’ il motivo per cui quest’ultime giudicano fuori luogo, folle e spregiudicata l’azione di al-Thani, accusato di giochi di potere e intrighi per superare e scalzare i Saud dalla funzione guida dei ricchissimi arabi del petrolio, sul doppio fronte politico e affaristico. Lenire tali concetti e preconcetti non sarà facile né per Cavusoğlu né per Erdoğan, la cui smania di protagonismo è considerata pericolosa dai regnanti petrolieri che ne apprezzano solo le maniere forti, ma in politica estera le temono.



giovedì 15 giugno 2017

Afghanistan, il ritorno dei marines

La Casa Bianca in accordo col Pentagono ufficializzerà a breve un consistente rilancio del conflitto di terra in Afghanistan. Con tanto di scarponi e uomini al suolo, come ha fatto per tredici lunghi anni, dal 2001 al 2014. Sarebbe più corretto dire che il Dipartimento della Difesa convince il presidente americano a rinfocolare una guerra in corso, avallando il piano che il responsabile militare Nato in loco, il generale Nicholson, ha preparato da mesi. Del resto è facile far combaciare l’orientamento dell’America First con l’orgoglio bellicista mai accantonato e il business delle armi. Così era, così sarà. E magari aiuterà Trump in un momento difficile, difficilissimo, a rischio impeachment dopo le rivelazioni del Washington Post sul Russiagate. L’unica contraddizione è che da tempo le guerre gli States non le vincono, forse anche per questo si vendicano destabilizzando con altri mezzi certe aree geopolitiche dove la loro marginalizzazione è palese. Il presidente afghano Ghani, inventato e tenuto in vita dagli Usa per garantire spazio a linee strategico-politiche spesso ondivaghe, ha avviato una campagna per riformare il ministero dell’Interno da lui definito “il cuore della corruzione nel settore sicurezza”. A suo dire, sarà un passo strategico per garantire l’agibilità spaziale che gli attentati nella zona più controllata di Kabul, dimostrano non esistere.
L’incapacità direttiva ed esecutiva e gli alti tassi di vittime fra le fila dell’Afghan Melli-e Ourdou rappresentano uno degli anelli deboli d’un progetto che finora è costato moltissimo a Washington e agli alleati occidentali. Però se si scorre all’indietro la mappa dei programmi, oltre che dei buoni propositi in genere utilizzati dalla politica per giustificare i costosi finanziamenti alle “missioni di pace”, ci si accorge che gli schemi  sono saltati tutti. Esercito e polizia afghani hanno raggiunto cifre considerevoli: 170.000 unità nel 2011, fino a raddoppiarle nel 2014, data dell’exit strategy obamiana. Ma accanto alle continue defezioni e alla permeabilità delle truppe, ripetutamente infiltrate dai talebani, il bilancio totalmente negativo per inefficienza e inaffidabilità degli uomini in divisa locali si lega inesorabilmente a nuovi progetti. Quelli di reiterato impegno e occupazione territoriali che i tutori occidentali si ripropongono per garantire i propri interessi. Nel giro d’un decennio la storia ripete lo stesso corso: era il 2008 quando, assumendo il mandato, il 44° presidente statunitense premio Nobel della pace, raddoppiava e poi triplicava il numero dei marines impiegati in quel Paese superando le 100.000 unità.
Ciò produsse spese folli, di cui le casse statali in piena crisi Lehman brothers patirono gli effetti negativi, visto che ciascun soldato costava ai contribuenti un milione di dollari annui. Inversamente porre una divisa sulle spalle di un afghano (fra le reclute più numerosi sono i pashtun, seguiti da tajiki e hazara) che riceve uno stipendio medio di 160 dollari mensili fino ai 230 dollari se è posizionato in zona ad alto rischio, costava annualmente fra i 12.000 e i 25.000 dollari. Un risparmio significativo che però presenta il lato oscuro dell’inefficienza. Fra l’altro, come riferiscono le stesse note ufficiali, a questo quadro s’aggiungono le non edificanti ruberie e quell’avvelenamento morale che costringono Ghani a porre in cattiva luce un sistema che non riesce a controllare, ma di cui fa parte. In tal senso la sua denuncia diventa un’auto afflizione, visto che i quadri e i vertici delle locali Forze Armate, i creatori o prosecutori della catena corruttiva, solo in qualche caso sono scelti dagli americani. Da una parte la situazione si tira dietro tare della società afghana, che la guerra certo incancrenisce. Dall’altra si tratta di una casistica nota in ogni latitudine: funzionari o ufficiali approfittano di posizioni di potere anche limitate per trarre vantaggi personali, praticando usurpazioni e frodi e imponendo o ricevendo tangenti. Gli effetti sono comunque devastanti.  

A queste gravità s’aggiungono gli interventi che gli uomini in uniforme possono praticare attorno a grandi business come quello internazionale del commercio dell’oppio. Un’attività che ovviamente prosegue ed è floridissima, basta compulsare i resoconti annuali dell’agenzia Unodoc. Insomma, da decenni le situazioni si ripetono sia in campo bellico sia sul versante socio-economico e tutta la macchina degli aiuti militari, diretti e indiretti, serve ad alimentare quella grande industria mondiale delle armi di cui gli Stati Uniti detengono quasi la metà del business (700 miliardi di dollari nel 2016). A detta di molti analisti il pianto di coccodrillo del presidente afghano sui difetti d’un sistema difensivo inefficace deve fare i conti anche con la rigidità della diarchia che lo unisce e l’oppone al premier Abdullah, ingessando la situazione dei vertici Forze Armate locali, scelti non per meritocrazia ma per protezione politica e appartenenze etnico-tribali. Entrambe sono indissolubilmente legate alla criminalità presente nei vari livelli dell’esercito afghano, un fattore di cui si lamenta Nicholson. E’ il classico circolo vizioso attorno a cui viaggia l’ultima rappresentazione di una nuova legge afghana che per volontà dei “riformatori” interni e dei “supervisori” esterni non cambierà nulla. E mentre la pantomima prosegue, i marines preparano gli zaini.

martedì 13 giugno 2017

Iran, la Guida Suprema accusa gli Stati Uniti di terrorismo

Se l’attacco firmato Isis al palazzo del Parlamento iraniano e al Mausoleo dell’ayatollah Khomeini doveva avviare quel processo d’irrigidimento e rinfiammare i rapporti fra Teheran e Wasghington - una tendenza su cui ha lavorato dal suo insediamento l’amministrazione Trump - il piano sta riuscendo a meraviglia. Perché tenere calma l’ala più intransigente del partito dei Pasdaran non è facile neppure per la componente moderata che pure ha vinto le elezioni di maggio con ampio margine. Qualche giorno fa, intervenendo sull’attacco subìto dopo diverso tempo sul proprio territorio, il capo delle forze armate generale Mohammad Baqeri aveva annunciato “indimenticabili lezioni” da dare ai terroristi del Daesh. Stamane sui media iraniani compare la foto dei cadaveri di quattro miliziani (o presunti tali) avvolti in drappi neri del Califfato che sono stati scovati ed eliminati dai reparti di sicurezza nella provincia di Hormozgan, che affaccia sul Golfo Persico ed è prospiciente al Qatar. Un’eliminazione che propagandata offre un po’ di credibilità alle varie strutture militari del Paese che il duplice assalto di Teheran ha posto in difficoltà e imbarazzo innanzitutto davanti ai concittadini.
Nel suo discorso pubblico Baqeri aveva messo in relazione la simbolica “danza delle spade” offerta dai regnanti sauditi al presidente statunitense in visita a Riyad con gli efferati attentati dei giorni seguenti che hanno fatto 12 vittime (più i cinque jihadisti) e oltre una cinquantina di feriti. Il generale parlava di triangolo fra americani, israeliani e sauditi per incrementare il caos regionale e giustificare armamenti e operazioni repressive. Stamane sul tema è tornato  la Guida Suprema e ha attaccato senza mezzi termini la linea di Donal Trump. “Voi e i vostri agenti siete la fonte d’instabilità nel Medio Oriente. Chi ha creato lo Stato Islamico?  L’America afferma di combatterlo ma si tratta di una bugia” ha retoricamente tuonato l’ayatollah. La tensione fra le parti era comparsa dai mesi scorsi, col divieto d’ingresso sul suolo statunitense rivolto ai cittadini di alcune nazioni musulmane fra cui l’Iran. Nonostante la smentita all’atto presidenziale venuta da più d’una Corte federale, la politica mediorientale della Casa Bianca prosegue una corsa sfrenata volta a favorire vecchie alleanze reazionarie e filo imperialiste, col l’aggiunta del sostegno agli amici e finanziatori della nuova creatura del jihad che spopola da un triennio. Sempre da Trump era giunto il disconoscimento dell’accordo sul nucleare, la creatura diplomatica su cui il chierico Rohani ha fondato la sua riconferma presidenziale.

Il giudizio tranciante “il peggior accordo mai sottoscritto dagli Usa” non rappresenta solo una critica a posteriori al predecessore nello Studio Ovale, è stato il prodromo di quella volontà aggressiva che vede lo spregiudicato presidente americano aizzare anziché placare gli animi di contendenti regionali impegnati su un terreno infuocato. A questo punto non stupisce che Khamenei abbia pronunciato frasi simili: “Il governo americano è contrario a un Iran indipendente, gli Usa hanno problemi con l’esistenza della Repubblica Islamica iraniana. Molte questioni con loro non possono essere risolte”. Se fosse vera quest’ultima dichiarazione, riportata comunque dall’agenzia Fars, l’orientamento politico interno avrebbe mutato indirizzo. Vorrebbe dire che, in base alla sicurezza nazionale, anche moderati e riformisti stretti attorno al neo rieletto Rohani devono fare buon viso all’incrudimento dei rapporti internazionali. Le posizioni di scontro con l’Occidente, sostenute a prescindere dall’ala militarista dei Pasdaran, che anche negli interventi geostrategici come la presenza nella crisi siriana sono maldigeriti dai riformisti, trovano nuovi punti d’appoggio. Il clero conservatore, elettoralmente sostenitore di Raisi, può ridare fiato a posizioni intransigenti che collimano innanzitutto con la difesa nazionale, e l’attuale establishment pur meno sprezzante non può tirarsi indietro. La Guida Suprema ha parlato: le relazioni implodono.